Inserito da: taniaolaf | Febbraio 3, 2009

Piazza Farnese

Io a Piazza Farnese c’ero.

Il vilipendio al capo dello stato forse un po’ meno.

Ma quello che mi ha fatto arrabbiare di tutto il seguito mediatico di una manifestazione che di offensivo ed incivile non ha avuto nulla non è tanto gli attacchi istituzionali a Di Pietro, che ritengo perfettamente in grado di difendersi da solo e sulle cui responsabilità non intendo entrare nel merito, quanto della vergognosa omissione che è stata fatta rispetto ad uno degli interventi più toccanti della manifestazione: quello di Salvatore Borsellino.

Perchè Piazza Farnese era una manifestazione in difesa della Giustizia, di Apicella e di De Magistris organizzata dai famigliari delle vittime antimafi, non da Di Pietro, Grillo o Travaglio che hanno semplicemente preso parte come normali cittadini. I loro interventi possono essere apprezzati o meno, e a me sono piaciuti, ma non sono nulla in confronto alle parole di coloro che hanno sacrificato alla causa di uno stato di Diritto la cosa loro più cara, la famiglia, e hanno ricevuto in cambio l’insabbiamento e l’omertà così simile a quella associazione a delinquere di cui sono state vittime dirette.

E’ vergognoso che un uomo che porta il nome di uno dei giudici più famosi, colui che ha prestato servizio a questa nazione come pochi altri e ne ha pagato un prezzo altissimo, sia costretto all’ombra, chiuso in un cassetto, perchè gli esponenti di questo Stato non sono capaci nemmeno di guardarlo negli occhi senza provare vergogna.

Salvatore Borsellino e Sonia Alfano oggi sono dei personaggi scomodi, buoni per riempirsi la bocca nelle manifestazioni di cordoglio, a distanza, ma senza accostarsi loro, perchè altrimenti la differenza sarebbe sotto gli occhi di tutti.

E allora voglio pubblicare le sue parole. Perchè meritano di essere ascoltate da quanta più gente possibile. Per non dimenticare un’Italia diversa, la migliore.

Testo:

“Grazie a tutti.
Ringrazio soprattutto quei tanti ragazzi, quelle tante persone che ho incontrato oggi qui e che vengono da tutte le parti d’Italia. Sono quei ragazzi che incontro quando vado in giro per l’Italia a gridare la mia rabbia e a cercare di suscitare nella gente quella indignazione che ritengo che tutti dovrebbero avere nel vedere il baratro nel quale stanno facendo precipitare il nostro Paese.
Vedete, ieri Sonia Alfano mi ha telefonato e mi ha detto: “dobbiamo proiettare un video nel quale si vedranno delle immagini crude, delle immagini della strage di Paolo”.
Mi ha chiesto se poteva farlo, se sarei stato in qualche maniera colpito, sconvolto. Quelle immagini non mi sconvolgono affatto, vorrei che venissero proiettate ogni giorno in televisione, perché la gente si rendesse conto di quello che è stato fatto. Si rendesse conto di qual è il sangue sul quale si fonda questa disgraziata Seconda Repubblica, che capisse che è fondata sul sangue di quei morti. Vedere quelle immagini non mi sconvolge. Una cosa mi sconvolge: vedere le immagini di quelle stragi dopo aver visto quelle due persone che prima parlavano di Dell’Utri, delle bombe che metteva Mangano, e ridevano.
Ridevano, ghignavano rispetto a quelle cose: questo mi sconvolge.

Come Arancia Meccanica

Vorrei che quelle due persone venissero messe in una cella come mettevano quegli assassini di Arancia Meccanica, aprirgli gli occhi e costringerli a vedere, vedere, vedere, vedere in continuazione quelle stragi. Ecco quello che vorrei.
Io ho visto oggi quelle stragi e mi sono ricordato di una cosa che mi ha detto Gioacchino Genchi, che è arrivato sul luogo della strage due ore dopo il fatto. Io ci misi cinque ore a sapere che mio fratello era morto perché la televisione dava notizie contraddittorie: forse è stato ferito un giudice, forse sono stati feriti uomini della scorta. Fu mia mamma che, cinque ore dopo, mi telefonò dall’ospedale e mi disse: “tuo fratello è morto”.
C’era qualcuno, però, che si chiamava Contrada che lo seppe ottanta secondi dopo che mio fratello era stato ucciso e io vorrei, io chiedo, io grido: voglio che queste cose vadano a finire nelle aule di giustizia!
Che ci siano processi per queste complicità che ci sono state all’interno dello Stato!
L’avete sentito di cosa parlavano Berlusconi e Dell’Utri: ecco perché vogliono impedire le intercettazioni, perché quelle cose non possiamo, non dobbiamo sentirle.
Non dobbiamo sentirle se no ci rendiamo conto di quella che è la classe politica che ci governa, ci rendiamo conto di chi oggi ha occupato le istituzioni.Il più grande vilipendio alle istituzioni è che queste persone indegne di occupare quei posti occupino le istituzioni. Questo è il vilipendio alle Istituzioni e allo Stato.
E’ il fatto che una persona che è stata chiamata “Alfa”, in un processo che non è potuto andare avanti perché è stato bloccato, come tutti gli altri processi che riguardano i mandanti occulti e esterni, possa occupare un posto così alto all’interno delle nostre Istituzioni.
Genchi arrivò in quella piazza due ore dopo la strage, mi ha raccontato che aveva conosciuto Emanuela Loi un mese prima perché faceva da piantone alla Barbera.
Era una ragazza che non era stata addestrata per fare il piantone, per fare la scorta a un giudice in alto pericolo di vita come Paolo Borsellino. Eppure quel giorno era lì a difendere con il suo corpo, e nient’altro che con quello, Paolo Borsellino. Questi sono gli eroi, non quelli di cui parlano Berlusconi e Dell’Utri, dicendo che Vittorio Mangano è un eroe.

Eroi in fila per andare a morire

Gli eroi sono questi ragazzi che il giorno dopo la morte di Falcone, ce n’erano cento tra poliziotti e Carabinieri, si misero in fila dietro la porta di Paolo per chiedergli di far parte della sua scorta.
Se erano messi in fila per andare a morire, perché Paolo sapeva che sarebbe morto. Quei ragazzi, mettendosi in fila dietro la porta di Paolo, sapevano che sarebbero morti anche loro.
Gioacchino Genchi mi raccontò che due ore dopo la strage, arrivando in via D’Amelio vide i pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del numero 19 di via D’Amelio.La riconobbe perché c’erano dei capelli biondi insieme a quei pezzi.
I pezzi di quella ragazza vennero messi in una bara, vennero riconosciuti perché era l’unica donna che faceva parte della scorta, vennero mandati a Cagliari.Sapete cosa venne fatto? Quello che chiamiamo Stato ha mandato ai genitori di Emanuela Loi la fattura del trasporto di una bara quasi vuota da Palermo a Cagliari. Questo è il nostro Stato. Questo è lo Stato che ha contribuito ad ammazzare Paolo Borsellino e io vi racconto queste cose non per farvi commuovere, non per farvi piangere. Non è il tempo di piangere.
E’ il tempo di reagire, di lottare, è il tempo di resistenza! Il tempo di opporsi a questo governo che sta togliendo il futuro ai nostri ragazzi, che ci sta consegnando un Paese senza futuro. E la colpa è nostra che abbiamo permesso che tutto questo succedesse.
Quando Cossiga dice – dopo la manifestazione degli universitari che hanno capito che in Italia si sta cercando di distruggere l’istruzione perché l’istruzione può portare alla resistenza, anche durante il fascismo le scuole erano centri di resistenza e i ragazzi l’hanno capito – e Cossiga cosa ha detto? Ha detto che bisogna mettere infiltrati in mezzo a quei ragazzi perché rompano vetrine, perché vengano distrutte macchine perché le ambulanze sovrastino le altre sirene. Si augura addirittura che venga uccisa qualche donna, qualche bambino perché si possano manganellare quei ragazzi.
Dobbiamo essere noi a metterci davanti a loro, siamo noi che ci meritiamo quelle manganellate per avere permesso che il nostro Paese diventasse quello che è diventato. Un Paese che non è degno di stare nel mondo civile, siamo peggio della Colombia.
Genchi è arrivato in via D’Amelio due ore dopo la strage, ripeto, si è guardato intorno e ha visto un castello. Ha capito che non poteva essere che da quel posto fu azionato il telecomando che ha provocato la strage.
Genchi allora è andato in quel castello, ha cercato di identificare le persone che c’erano dentro, mediante le sue tecniche. Ha capito che da quel castello partirono delle telefonate che raggiungevano cellulari di mafiosi. Perché Genchi ha quelle capacità, le sue conoscenze tecniche sono enormi, egli è in grado, dagli incroci dei tabulati telefonici e non dalle intercettazioni, di riuscire a inchiodare i responsabili di quella strage.
Ecco perché si sta cercando di uccidere Genchi, ecco perché così come hanno ucciso i magistrati si cerca di uccidere anche Genchi. Questo è il vero motivo: per togliere un’altra arma a quello che è la parte sana di Stato che è rimasta.
Cercano di uccidere Genchi, hanno ucciso dei magistrati. Io ieri ho sentito un magistrato – uno di questi uccisi senza bisogno di tritolo – che mi ha detto: “avrei preferito essere ucciso col tritolo piuttosto che così, giorno per giorno, come stanno facendo”. I magistrati oggi, chi ancora cerca di combattere la criminalità organizzata, non viene più ucciso con il tritolo, viene ucciso in maniera tale che la gente non se ne accorga neanche, non reagisca.

Quel fresco profumo di libertà

Le stragi del 1992 portarono a quella reazione dell’opinione pubblica, a quello che mi ero illuso di riconoscere come quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo. Quel profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e fin della complicità. Quel puzzo che oggi ci sta sommergendo. Il puzzo dal quale oggi non possiamo stare lontani perché sta permeando tutto il nostro Stato, tutta la nostra vita politica, tutte le nostre istituzioni.
Io, dopo la morte di Paolo, arrivai a dire che se Dio aveva voluto che Paolo morisse perché il nostro Paese potesse cambiare allora avrei ringraziato Dio di averlo fatto morire. Questo era il sogno di Paolo, Paolo sarebbe stato felice di sapere che era morto per questo.Oggi, guardate il baratro nel quale siamo precipitati: io ringrazio Dio che Paolo sia morto, che non venga ucciso come stanno uccidendo De Magistris, Apicella, Clementina Forleo. Io ringrazio Iddio che Paolo non venga ucciso in questa maniera. Che messaggi ci arrivano dalla magistratura? Il presidente dell’Anm dice: “abbiamo dimostrato che la magistratura possiede gli anticorpi per reagire”. E’ una vergogna che un magistrato possa dire queste parole! La magistratura ha dimostrato, semmai, di avere al suo interno quelle cellule cancerogene che la stanno distruggendo, e così come hanno vissuto e pervaso tutte le istituzioni, la classe politica. La magistratura, nei suoi organi superiori, ha dimostrato di essere corrotta al suo interno.
Ormai il cancro sta entrando in metastasi anche negli organi di governo della magistratura.

Mancino mente

Non è difficile, se pensiamo che a vice presidente del Csm, quello che dovrebbe essere l’organo di autogoverno della magistratura, c’è una persona indegna, indegna!, come Mancino! Una persona che mente! Mente spudoratamente dicendo di non avere incontrato Paolo Borsellino il primo luglio del 1992, quando sicuramente a Paolo Borsellino venne prospettata quella ignobile, scellerata trattativa tra lo Stato e la criminalità organizzata per cui Paolo Borsellino è stato ucciso. Perché Paolo non può aver fatto che mettersi di traverso rispetto a questa trattativa, questo venire a patti con la criminalità che combatteva, con chi poco più di un mese prima aveva ucciso quello che era veramente suo fratello, Giovanni Falcone. Paolo non può che essere rimasto così sdegnato da opporsi a questa trattativa e a quel punto andava eliminato, e in fretta.
Tant’è vero che il telecomando della strage di via D’Amelio fu premuto. Queste cose non sono potute arrivare al dibattimento perché tutti i processi sono stati bloccati.
Genchi ha dimostrato che quel telecomando era nel castello Utveggio, dove c’era un centro del Sisde, i servizi segreti italiani, è da lì che è arrivato il comando che ha provocato la strage.
Ecco perché Genchi deve essere ucciso anche lui. Hanno ucciso Paolo Borsellino, hanno ucciso Giovanni Falcone e adesso uccidono anche Genchi, De Magistris, tutti i giudici che cercano di arrivare alla verità.
Così qualunque giudice che arriva a toccare i fili scoperti muore, non si può arrivare a quel punto perché oggi gli equilibri che reggono questa seconda repubblica sono basati sui ricatti incrociati che si fondando sull’agenda rossa.
Un’agenda rossa sottratta dalla macchina ancora in fiamme di Paolo Borsellino, in cui queste trattative, queste rivelazioni che in quei giorni gli stavano facendo pentiti come Gaspare Mutolo, come Leonardo Messina erano sicuramente annotate. Quell’agenda doveva sparire, è questo uno dei motivi della strage. Quell’agenda doveva sparire, su quell’agenda io credo che si basano buona parte dei ricatti incrociati su cui si fonda questa seconda repubblica.
E allora Mancino non può venirmi a dire che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino! Non può soprattutto adoperare quel linguaggio indegno che adopera. Dice: “Io non posso ricordare se fra gli altri giudici c’era anche Paolo Borsellino, che non conoscevo fisicamente”. Ma Mancino non hai visto chi era quel giudice vestito con la sua toga che trasportava la bara di Falcone? Non l’hai visto? Non ti interessavano quelle immagini? Eri ministro dell’interno e non ti interessava che cosa stava succedendo in Italia in quei giorni?
Non ti interessava, a fronte di quell’agenda che ho mostrato e nella quale c’è scritto: “ore 19.30 Mancino” scritto di pugno autografo da Paolo? Lui ha mostrato un calendarietto in cui non c’era scritto niente, l’ha mostrato semplicemente e c’erano tre frasi con gli incontri della settimana.
E’ questo quello che fanno i nostri ministri, oltre che cercare di accordarsi con la criminalità organizzata. E’ per questo che è stato ucciso mio fratello: perché mio fratello si è messo di traverso rispetto a questa trattativa, per questo doveva essere ucciso. Io chiedo, e non smetterò di chiederlo finché avrò vita, che sia fatta giustizia, che vengano cacciati dalle istituzioni quelle persone che sono complici di quello che è successo. Non che venga data l’impunità a chi dovrebbe essere sottoposto a processi e invece non può essere neanche indagato, intercettato, non si può fare nulla.
Dobbiamo subire, stanno adottando la tecnica della frana, per cui ci hanno infilato in un’acqua che a poco a poco si riscalda e la gente non si accorge il punto a cui arriviamo.
Attenzione! Attenti! Stiamo precipitando nel baratro e da questo baratro dobbiamo uscire perché lo dobbiamo ai nostri morti. Lo dobbiamo a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, a Emanuela Loi, a questi che veramente sono eroi. Dobbiamo riappropriarci del nostro Paese, questo Paese è nostro, lo Stato siamo noi! Non queste persone che indegnamente occupano le istituzioni.
Vi lascio con tre parole che un altro dei giudici che hanno tentato di uccidere ha detto, ed è quello che dobbiamo fare, l’unica cosa che ci resta da fare prima di cadere in un regime dal quale non ci potremo più districare: resistenza! Resistenza! Resistenza!”

Roma – Piazza Farnese – mercoledì 28 gennaio 2009

Inserito da: taniaolaf | Dicembre 17, 2008

Passaparola/16

Testo:
“Buongiorno a tutti.
Il Presidente del Consiglio lo ha annunciato, presentando un libro di Bruno Vespa peraltro edito da lui stesso e infatti ha detto: “compratelo per far contento l’editore!”.
In questa gaia circostanza, tra applausi e battutacce sporche, a un certo punto il nostro premier ha annunciato che riscriverà la Costituzione a sua immagine e somiglianza, quindi immaginate come la riscrive, e soprattutto a colpi di maggioranza.
Dato che la sua maggioranza è lui, se la riscrive da solo.
Naturalmente ha detto: “mi rendo conto che per riscrivere la Costituzione ci vogliono i due terzi del Parlamento” altrimenti bisogna andare prima a sottoporre questa riforma ai cittadini in un referendum dove non c’è quorum, quindi il verdetto è secco.
O i cittadini approvano la riforma ed entra nella Costituzione, o la bocciano e viene spazzata via come fu spazzata via la famosa devolution di Bossi nel 2006.
Formalmente, il Presidente del Consiglio ha presente l’articolo 138 della Costituzione che gli impedisce di fare da solo a colpi di maggioranza “50% +1″.
Questa lui ha, è ampia ma poco più del 50% in Parlamento, non certamente quei due terzi richiesti con doppia lettura a Camera e Senato, per poter riformare la Costituzione dentro il Parlamento senza coinvolgere i cittadini.
Allora uno dice “va bene: lo può fare, lo farà”.
Per quale motivo c’è questa corsa a coinvolgere l’opposizione? Per una questione numerica.
E’ vero che siamo un popolo decisamente rincoglionito, non tutti ma una discreta parte sì.
E’ vero che siamo un popolo che non ha mai manifestato un grande affetto nei confronti della Costituzione come di tutte le Istituzioni e gli elementi di garanzia.
E’ anche vero che, quando siamo stati chiamati a votare pro o contro una riforma costituzionale come la devolution, abbiamo votato no.
E abbiamo votato no perché comunque la capacità di mobilitazione intorno ai princìpi, e non intorno ai soldi, per fortuna esiste ancora tra coloro che vogliono difendere la Costituzione del 1948 così come ce l’hanno regalata i nostri padri costituenti dopo due anni di lavoro.
Poi la prospettiva che venga riscritta da gente come Calderoli, Cicchitto… piduisti, inquisiti ecc. fa ancora un certo effetto.
E soprattutto perché il referendum si terrebbe, visti i tempi necessari per approvare la riforma in Parlamento che sono molto lunghi, fra tre o quattro anni.
Se l’esperienza non inganna, fra tre o quattro anni gli italiani a Berlusconi gli vorranno mettere le mani addosso.
Spero che non lo facciano, naturalmente, anche perché tutti contro uno sarebbe sleale, ma come già accaduto l’altra volta quando governò per tutti i cinque anni dal 2001 al 2006 diventa evidente che Berlusconi non è in grado di governare.
Non è che lo faccia apposta per cattiveria: proprio non è il suo ramo, non gliene frega niente, è disinteressato al tema.
Sonnecchia durante l’ordinaria amministrazione.
Lui da il meglio di se nelle campagne elettorali e poi, tra una campagna elettorale e l’altra, si ridesta meravigliosamente quando passano davanti le ragazze del Grande Fratello, allora le riceve a Palazzo Chigi, oppure quando sente parlare di Mediaset, Europa7, frequenze, processi, Mills…
Le parole per ridestarlo, per farlo saltare come la rana di Galvani con la scossa elettrica, sono Milan, Mediolanum, Previti, Dell’Utri, Mangano… cose di questo genere.
Per il resto, il governo non è affare suo quindi non se ne occupa.
Non è che non vuole governare: non sa governare perché non gliene frega assolutamente niente salvo ciò che riguarda gli affaracci suoi.
Quindi, messo alla prova, il tempo di rendersi conto che non è in grado di governare, soprattutto in periodi di crisi come questi, e la maggioranza degli italiani, più o meno sostenuta, scopre che lui non è in grado di governare.
Lui perde i consensi: l’altra volta tra il 2001 e il 2006 si è votato nel 2002, 2003, 2004, 2005 e nel 2006.
Elezioni regionali, comunali, provinciali, suppletive, europee e poi politiche. Lui le ha perse tutte, dopo averle stravinte nel 2001.
Perché? Perché basta un anno, un anno e mezzo di suo governo per far crollare i consensi.
Adesso che c’è la crisi ancora peggio: c’è il rischio che non ci si limiti a togliergli il consenso ma che qualcuno voglia prendersela con lui in maniera più accanita.
Non dimentichiamo come finiscono, storicamente, in Italia le grandi ubriacature sotto il balcone del ducetto di turno: nel 1945 siamo finiti a Piazzale Loreto con Mussolini bersagliato e sputacchiato da coloro che l’avevano osannato fino al giorno prima.
Nel 1992-1993 siamo finiti all’Hotel Raphael con il lancio di oggetti, monete e banconote naturalmente false se no raccoglieva pure quelle, a Bettino Craxi.
Quindi è molto probabile che si rischi una nuova versione di questi disamoramenti improvvisi e piuttosto traumatici, quindi tenevi pronti perché bisognerà difendere Berlusconi dai suoi attuali fans che cercheranno di fargli la pelle.
Lui lo sa che quando si voterà per il referendum a confermare o smentire la sua riforma costituzionale della giustizia, la gente non ne potrà più di lui e gli voterà contro al di là del merito della riforma, ma semplicemente per dargli un bel calcio nel sedere e accelerare la sua dipartita da Palazzo Chigi.
L’abbiamo già vista questa scena e si ripeterà paro paro questa volta.
Ecco perché lui ha bisogno di fare tutto in Parlamento, tutto all’interno della Casta senza coinvolgere i cittadini, a prescindere da quello che pensano i cittadini.
Lo fa alla sua maniera, dicendo che lui va da solo e non ha intenzione di sedersi al tavolo, ma sa benissimo di non poter fare da solo, per la ragione appena vista.
Ha bisogno di un pezzo dell’opposizione: dell’UDC, che come al solito è disponibile; di un pezzo del PD, e anche lì persone disponibili se ne trovano a iosa; di Di Pietro non ha speranza; la sinistra radicale in Parlamento non c’è.
Se riesce a prendersi l’UDC e un pezzo del Partito Democratico per fare insieme la riforma costituzionale, a noi cittadini non ci interpella nemmeno.
Lui fa tutto e questa tragedia che si sta per compiere della riforma costituzionale a sua immagine e somiglianza va direttamente dentro la Costituzione.
Noi non ci possiamo fare niente, non si può nemmeno fare un’eccezione di incostituzionalità o un conflitto di attribuzione fra i poteri dello Stato, perché quando una norma sta nella Costituzione anche la Corte Costituzionale deve subire in silenzio.
Il Partito Democratico fin’ora si è dimostrato totalmente inutile, se ci fosse o non ci fosse nessuno se ne sarebbe accorto, le leggi porcata sono passate tutte, il Capo dello Stato le ha firmate tutte, non c’è mai stato ostruzionismo.
Fin’ora il PD era totalmente inutile. Ora si rivela improvvisamente decisivo pro o contro la controriforma di Berlusconi.
Lasciamo perdere l’UDC che ormai su queste cose… appena sentono parlare di mettere le mani sulla giustizia per loro è musica: il partito di Cuffaro, Cesa… “Io c’entro” che è uno slogan ma anche una confessione.
Se il PD tiene botta e non accetta di sedersi al tavolo di Berlusconi, lui in Parlamento questa riforma autosufficiente non la può fare, deve chiamare noi cittadini a votare.
Il PD ha, in questo momento, un’arma formidabile.
Un’arma che va al di la della guerra fra destra e sinistra: è un’arma che è “difendiamo la Costituzione” oppure no.
Se, insieme a Di Pietro, diranno di no e lo diranno nelle piazze per cominciare a sensibilizzare la gente su questo allarme terribile, probabilmente si riuscirà a sventare questa riforma che è molto peggio della devolution che sfasciava lo Stato unitario e che fu respinta proprio nel referendum confermativo, nel giugno del 2006.
Invece, come avete visto, già partono i primi segnali di disponibilità al dialogo dai vari Anna Finocchiaro, Massimo D’Alema, Tenaglia – il ministro della giustizia ombra del PD.
E il pretesto usato è lo “scontro fra procure” di cui si sta ancora tanto parlando a proposito della perquisizione condotta dalla procura di Salerno in quella di Catanzaro, per sequestrare delle carte che quella di Catanzaro aveva sempre negato, illegalmente, nel silenzio del CSM, dell’Associazione Magistrati, della Procura generale della Cassazione e del Quirinale.
Lasciamo perdere: l’abbiamo spiegato settimana scorsa che non c’è nessuno scontro fra procure.
Qui c’è uno che pesta l’altro il quale sta facendo il suo dovere, non può esserci uno scontro fra due figure così diverse.
Giovedì sera ad Annozero racconteremo tutto quello che c’è da raccontare, spero che ci riusciremo.
Il pretesto della guerra fra procure, che non esiste, diventa occasione per dire che bisogna riformare la giustizia, per impedire che si ripetano guerre fra procure.
Non esiste nessuna riforma della giustizia che possa impedire il presunto scontro fra procure.
Perché? Perché questo presunto scontro nasce dal fatto che c’è una procura della Repubblica che scopre che in un altro Palazzo di Giustizia, quello di Catanzaro su cui Salerno è competente, si stanno commettendo dei reati.
Dato che i magistrati, per fortuna, sono dei cittadini uguali a tutti gli altri e sono soggetti al codice penale, la legge stabilisce che quando un magistrato di Catanzaro commette dei reati se ne devono occupare i colleghi di Salerno, per evitare che se ne occupino i vicini di stanza a Catanzaro.
Poi si può discutere se il decreto di perquisizione era troppo lungo o troppo corto, conteneva troppi elementi, troppo pochi… chissenefrega.
L’importante è che Salerno deve, per legge, perseguire i reati di Catanzaro.
Ci sarà mai una riforma che potrà impedire che Salerno vada a prendere gli atti a Catanzaro, a dare gli avvisi di garanzia ai magistrati inquisiti, i quali a loro volta si incazzano e commettono degli abusi mettendosi ad indagare sui magistrati di Salerno che indagano su di loro?
Risequestrando le carte appena sequestrate? E’ evidente che è impossibile fare una riforma che impedisca questo: bisognerebbe stabilire che i magistrati non sono più soggetti alla legge, possono commettere i reati che vogliono e nessuno li va a prendere.
Un’estensione del lodo Alfano ai 10.000 magistrati che abbiamo oggi in servizio: vogliamo questo?
Vogliamo che i magistrati, come ci viene raccontato falsamente, non paghino per i loro errori e i loro reati? Spero di no.
Non c’è altra riforma che avrebbe potuto impedire a Salerno di andare a indagare e perquisire i colleghi di Catanzaro.
Dice: “ma quelli di Catanzaro hanno poi indagato quelli di Salerno e contro sequestrato le carte”.
Si, ma lì non c’è bisogno di una riforma per impedirlo: è già vietato adesso fare quello che hanno fatto.
Come abbiamo spiegato, dato che Catanzaro non è competente sui colleghi di Salerno, se ritiene che questi abbiano commesso dei reati, doveva rivolgersi alla procura competente, quella di Napoli, e fare un esposto affinché Napoli vedesse se a Salerno c’era qualcosa che non andava.
Non volevano il sequestro delle carte della loro indagine?
Sapete cosa si fa quando si ritiene che un sequestro sia infondato? Si ricorre davanti al Tribunale del riesame contro un provvedimento cautelare che è stato preso.
Poi si ricorre in Cassazione. I magistrati, invece di seguire le regole, si sono contro sequestrati il materiale invece di ricorrere al riesame, come avrebbero potuto fare.
Voi capite che è già tutto scritto, nelle leggi, cosa bisogna fare: non c’è bisogno di nessuna riforma, almeno dal punto di vista di quello che è stato chiamato lo “scontro fra procure”.
Allora cosa vogliono fare? Usare questa vicenda, che non ha bisogno di alcuna riforma per essere risolta – basterebbe applicare le regole che ci sono e punire chi non le rispetta – che ha colpito l’opinione pubblica anche perché è stato raccontato in maniera falsaria da giornali e televisioni, per fare altro.
Cioè, per fare in modo che la magistratura venga messa sotto il controllo del potere.
Guardate, io capisco che qualcuno sta sbadigliando: “ancora con questa storia dell’indipendenza della magistratura, noi non arriviamo alla fine del mese”.
Attenzione: propri per chi non arriva alla fine del mese è più allarmante quello che si sta cercando di fare.
Finché la legge è uguale per tutti. Finché i magistrati sono obbligati a far rispettare la legge in maniera uguale per tutti.
Finché i pubblici ministeri sono obbligati a prendere in considerazione qualunque denuncia da chiunque sia stata presentata, contro chiunque sia stata presentata, noi, quelli che non hanno potere, quelli che vivono del loro stipendio e che spesso non riescono nemmeno a farselo bastare.
Quelli che non hanno le spalle coperte da qualche padrino, come facciamo a ottenere giustizia?
Andiamo, presentiamo le nostre denunce contro chi ci sta facendo un sopruso o un torto e sappiamo che, se il magistrato applica la legge, deve prendere in considerazione la nostra denuncia.
Non è che deve darci ragione per forza, ma deve prenderla in considerazione e deve indagare.
Se quel magistrato non sarà più tenuto, per legge, a prendere in considerazione tutte le denunce, auguri! Auguri!
Se potrà scegliere, auguri! Ma, secondo voi, col clima che c’è in Italia da un bel po’ di tempo a questa parte, quali denunce tralascerà un magistrato che vuole vivere tranquillo e fare carriera, e arrivare possibilmente a 75 anni senza essere pestato dai politici e dai suoi superiori e dal CSM?
Prenderà in considerazione le denunce dei potenti contro i poveracci, mica le denunce dei poveracci contro i potenti!
L’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge serve a chi non ha potere. La giustizia, bellissima definizione di Vaclav Havel, è “il potere dei senza potere”.
Chi ha potere non ha bisogno della giustizia perché ha mille modi per farti sputare fuori quello che vuole, non c’è bisogno di rivolgersi al giudice per un potente.
E’ il senza potere che va dal giudice a chiedere di avere ragione contro chi gli ha provocato un torto.
Nelle prossime settimane spiegheremo nel dettaglio separazione delle carriere, riforma del CSM, riforma dell’azione penale che non sarà più obbligatoria, riforma dei poteri incrociati degli avvocati e dei pubblici ministeri nel processo.
Tutto ciò che stanno cercando di fare e che probabilmente faranno, almeno per quello che riusciranno a fare in Parlamento, speriamo che non riescano a farlo con la maggioranza dei due terzi, cioè speriamo che non trovino i collaborazionisti del PD, altrimenti bisognerà cominciare a chiamarli con il loro nome.
Bisognerà cominciare a far sapere alla gente i nomi e i cognomi di coloro che vogliono prestarsi a una manovra golpista del Presidente del Consiglio, per manomettere la Costituzione senza coinvolgerei cittadini.
Se riusciranno a fare queste riforme, e temo che almeno in Parlamento, spero non al 66%, riusciranno a farle, noi avremo una giustizia per ricchi.
Vi faccio solo un esempio.
L’ha proposto Violante, perché il centro sinistra presta i suoi “migliori cervelli” al centro destra per suggerire le soluzioni migliori per portare a termine le sue pessime intenzioni.
Il centro destra è pieno di pessime intenzioni, ma anche di somari.
Anche dal punto di vista giuridico, sono degli asini. Quante leggi ad personam hanno fatto che non funzionano?
Loro credono che una legge scritta in un certo modo produca un certo effetto e poi non lo produce.
A parte la ex-Cirielli e la legge sul falso in bilancio, quella sulle rogatorie non ha funzionato, la Cirami non ha funzionato, il lodo Schifani gli è stato spazzato via, probabilmente verrà presto spazzata via anche la legge Alfano.
La legge Pecorella, che aboliva l’appello del PM, è stata spazzata via.
Stiamo parlando di analfabeti del diritto. Quando hanno bisogno di qualcosa arriva Violante che si propone come consulente non richiesto, ma sempre benvenuto, del povero Angelino Jolie, che basta che lo guardiate in faccia per rendervi conto che non è in grado di compitare nemmeno un pensierino delle elementari.
Questa Joint venture Violante-Angelino Jolie ha prodotto un’idea diabolica e pericolosissima: oggi, il pubblico ministero dirige e coordina la Polizia Giudiziaria, l’azione penale l’ha in mano lui, la propulsione delle indagini l’ha in mano lui.
Se la Polizia Giudiziaria, polizia, Carabinieri, Guardia di Finanzia, Vigili Urbani, gli segnala: “abbiamo fatto un’indagine e scoperto questo reato, possiamo andare avanti?” il magistrato li delega ad andare avanti.
Ma è anche il magistrato che può, a sua volta, prendere delle notizie di reato.
Ad esempio, legge su un giornale la denuncia di un cittadino su un giro di abusi edilizi, allora chiama la Polizia Giudiziaria e gli dice di andare a indagare.
Quante indagini sono nate da notizie giornalistiche? Quanti bravi giornalisti hanno rivelato degli scandali ai magistrati, i quali poi sono andati e hanno trovato anche i reati!
Questo è quello che succede oggi, per cui qualunque notizia di reato da chiunque gli arrivi, il magistrato non solo può ma deve prenderla in considerazione.
Siamo tutti più tutelati.
In futuro, cosa vogliono fare Violante e il suo ventriloquo Angelino? Vogliono staccare la Polizia Giudiziaria dal pubblico ministero.
Il PM se ne sta seduto in ufficio ad aspettare che le forze di Polizia gli portino le notizie di reato.
Immaginate i fatti di Genova, dove la Polizia avrebbe dovuto portare le notizie di reato a carico dei capi e di altri esponenti della Polizia.
Vi pare che sia possibile? Pensate alla Guardia di Finanza che scopre dei reati commessi dal ministro delle finanze o dal sottosegretario alle finanze.
Abbiamo Cosentino, indagato per camorra. Come si può pensare che senza un impulso del PM dei militari alle dipendenze del ministro o del sottosegretario possano mai essere liberi di portare le notizie.
Che fine fa il militare che ficca il naso negli affari del suo superiore?
Pensate a quanti ufficiali della Guardia di Finanza sono stati fatti arrestare nel 1994 dal pool di Milano perché pigliavano le tangenti.
Le indagini le hanno fatte il loro colleghi della Guardia di Finanza: i magistrati di Milano, per rispetto, avevano affidato le indagini sulla Guardia di Finanza, ad altri finanzieri.
Ma perché questi finanzieri facevano le indagini? Perché avevano le spalle coperte dal PM!
Se no spontaneamente è difficile…
Ecco perché il PM deve restare il padrone dell’azione penale: non ha nessun interesse, non dipende da nessuno se non dalla legge, mentre le forze di Polizia, alle quali naturalmente dobbiamo la massima gratitudine perché non sono tutte come le mele marce di Genova o altri posti, dipendono dal governo.
La polizia dipende dal ministro dell’Interno, la Guardia di Finanza dal ministero delle finanze e i Carabinieri dal ministro della difesa.
Ecco perché il PM lo vogliono separare dalla Polizia. Se il PM non può più agire d’iniziativa ma deve aspettare che le notizie di reato per aprire le indagini gliele portino le forze di Polizia, basta impedire a queste di portargli certe notizie di reato e il PM o passa le sue giornate a girarci i pollici o si dedicherà ai furti di polli, ai piccoli spacci di droga.
Ma senza esagerare, perché se si va su, col traffico di droga, magari si scoprono dei potenti coinvolti, nello spaccio o nel consumo.
E avanti di questo passo.
Che giustizia è questa? E’ la giustizia che chiude all’origine il rubinetto dell’azione penale, per cui poi non c’è nemmeno bisogno di mettere il PM alle dipendenze del governo.
Non c’è nemmeno bisogno di mettere i Tribunali alle dipendenze del governo: si può benissimo lasciare formalmente indipendente sia il PM sia il giudice, tanto non gli arriva più l’acqua al mulino!
Le pale del mulino si fermano…
Tutto indipendente: le indagini sui reati di mafia e politica, di collusioni istituzionali, di corruzione, di reati finanziari… tutte le cose scomode, le forze di Polizia istruite dal governo di turno, non le porteranno più, il magistrato non le potrà più avviare se nessuno gli porta l’acqua sul tavolo e quindi le indagini non cominciano nemmeno!
Non c’è bisogno di bloccarle dopo: le si blocca alla fonte, non partono nemmeno.
Questo è una tutela per il cittadino? No.
Immaginate il cittadino che vuole avere giustizia: quando sentite Berlusconi dire che il PM deve diventare l’avvocato dell’accusa dovreste… dovremmo preoccuparci tutti.
Perché oggi il PM è quello che fa le indagini per scoprire se io sono colpevole o innocente, e se scopre che io sono innocente ha il dovere di chiedere di assolvermi o archiviarmi.
Se diventa l’avvocato dell’accusa diventa una protesi della Polizia.
Le forze di Polizia fanno carriera in base alle statistiche: più gente acchiappano nelle retate e più medaglie prendono, indipendentemente se tra quelli che prendono nelle retate c’è qualche innocente. L’importante è fare numero.
Se il PM non ha più il compito di vagliare fra i colpevoli e gli innocenti ma è semplicemente l’avvocato della Polizia nel processo, cercherà anche lui di far condannare più gente possibile per avere il cottimo sulle condanne.
E se io sono innocente e sono un poveraccio?
Se io sono potente, con il mio avvocato faccio le mie contro indagini difensive e riesco a ottenere ragione, ma se sono un poveraccio con l’avvocato d’ufficio?
Ve lo vedete un avvocato d’ufficio che paga un investigatore, fa le contro indagini per smontare l’accusa sostenuta dall’avvocato dell’accusa?
Ma solo chi se lo può permettere a suon di milioni riuscirà a uscire dai processi essendo innocente, se il PM diventa l’avvocato dell’accusa.
Oggi il PM è obbligato a fare le indagini per vedere se io sono colpevole o innocente, non è previsto che faccia l’avvocato dell’accusa.
Sostiene l’accusa soltanto quando si è convito che una persona è colpevole, ma prima ha fatto tutte le indagini per vedere se io sono colpevole oppure no.
Quante volte i PM chiedono l’assoluzione o l’archiviazione. L’avvocato dell’accusa chiederà sempre la condanna! E’ programmato per far condannare.
Poi se uno è colpevole o innocente non importa, infatti leggete i giornali: dicono “daremo più potere agli avvocati per fare le indagini difensive”.
Certo, agli avvocati degli imputati ricchi che potranno permettersi di essere innocenti e di dimostrarlo. I poveri, anche se saranno innocenti, non riusciranno più a dimostrarlo perché spetterà a loro dimostrare di essere innocenti e non al PM.
Cerchiamo di ragionarci, perché la direzione verso la quale stiamo andando non è più la democrazia che abbiamo conosciuto, non è più lo Stato di Diritto.
La giustizia verso la quale stiamo andando è una giustizia per ricchi.
In tempi di crisi quanti sono i ricchi che auspicano una giustizia per ricchi? Spero pochi.
L’allarme è alto, teniamolo alto.
Se vi interessa, abbiamo lanciato un appello assieme a Massimo Fini sui pericoli che sta correndo la nostra democrazia con la riforma Costituzionale a colpi di maggioranza.
Trovate tutto sul sito della Voce del Ribelle, il mensile di Massimo Fini, o sul solito voglioscendere.it dove c’è anche la email per dare la vostra adesione.
Passate parola, ci vediamo lunedì.”

Tratto da: www.voglioscendere.it

Inserito da: taniaolaf | Dicembre 10, 2008

Passaparola/15

Scontro finale fra partiti e magistratura

Testo:
“Buongiorno a tutti.
Non so se avete notato la miseria di questo dibattito sulla questione morale.
Il ritorno del dibattito sulla questione morale: i giornali pullulano di interviste dei vari Pomicini, De Michelis, Di Donato.
Vari parenti di Craxi… persino Capezzone che dice che Veltroni dovrebbe chiedere scusa a Bettino Craxi.
La questione morale, come al solito, viene usata per buttarsi addosso a vicenda le proprie vergogne anziché guardarle e possibilmente cancellarle.
Tant’è che il massimo di risposta che sono riusciti a partorire i vertici del PD, quando Berlusconi ha visto la questione morale – ovviamente soltanto la loro e non la sua che è talmente gigantesca che non riesce nemmeno più a vederla, data la statura fra l’altro – è stata: “ma tu hai portato in Parlamento inquisiti e condannati”.
Naturalmente hanno dimenticato i propri.
Il massimo che possono dire è “noi ne abbiamo di meno”, come se ci si potesse difendere o addirittura attaccare dicendo “noi abbiamo meno inquisiti e meno condannati di te”.
Bisognerebbe poter dire “noi non ne abbiamo”.
Quando Grillo e tanti altri hanno proposto questa legge di iniziativa popolare per cacciare i condannati dalle liste elettorali, anche se le firme raccolte questa volta erano quelle giuste e nessuno ha potuto metterle in discussione, nemmeno Carnevale, il Parlamento se l’è presa comoda, tant’è che non siano ancora nemmeno arrivati a una discussione sul tema.
Lasciamo perdere queste menate di partiti che ormai stanno chiaramente disfacendosi, sfarinandosi, dissolvendosi senza nemmeno che se ne rendano conto, e vediamo di parlare dell’altro grande titolo che campeggia sui giornali da quasi una settimana.
Cioè da mercoledì scorso, quando la procura di Salerno è scesa a Catanzaro per sequestrare gli atti dell’indagine Why Not e comunicare a un bel po’ di magistrati calabresi e lucani che sono indagati per il mega complotto ipotizzato contro Luigi De Magistris.
Il titolo che è andato in edicola e in onda a reti unificate e a edicole unificate è “Guerra fra procure”, “Guerra fra PM”, “Scontro fra procure, interviene Napolitano”.
Questo è l’unico dato costante.
La prima riga del titolo serviva a giustificare la seconda: se c’è effettivamente una guerra fra procure deve intervenire qualcuno a spegnare l’incendio, e quindi meno male che c’è il Capo dello Stato.
La domanda è: ma davvero c’è una guerra fra procure? Davvero c’è uno scontro fra PM? Davvero Salerno e Catanzaro stanno sullo stesso piano e si attaccano vicendevolmente, ma abusivamente tanto da giustificare l’intervento del pompiere del Quirinale e dei pompieri del Consiglio Superiore della Magistratura?
Vediamo. I fatti sono questi.
Qualche mese fa, De Magistris viene trasferito dalle funzioni che occupa e dalla sede che occupa, cioè da Pubblico Ministero e da Catanzaro, dal Consiglio Superiore che stabilisce come lui non possa più fare il Pubblico Ministero e non possa più fare il magistrato a Catanzaro.
Quindi viene trasferito alla giudicante a Napoli.
Nel frattempo arrivano in pellegrinaggio alla procura di Salerno decine di suoi inquisiti o di suoi superiori o colleghi che vogliono denunciarlo per enormi nefandezze da lui commesse durante i tre anni di procura a Catanzaro.
Soprattutto, si concentrano sulle tre indagini importanti che De Magistris aveva fatto e che, secondo questi denuncianti in processione, sono tutte quante viziate da ogni sorta di nequizia.
L’indagine Poseidone, sui depuratori che si dovevano fare in Calabria e che sono stati finanziati dall’Unione Europea con 800 milioni di euro e non se n’è mai visto uno, di depuratore.
L’indagine sulle toghe lucane, per i comitati d’affari che collegano magistrati della Basilicata, sui quali è competente a indagare Catanzaro e per questo se ne stava occupando De Magistris.
Eppoi l’indagine Why Not, quella che, oltre a vari faccendieri, ex piduisti, ufficiali dei servizi segreti, della Guardia di Finanza, politici, giornalisti collusi, qualche mafiosetto di passaggio, aveva come principale imputato questo Antonio Saladino, capo della Compagnia delle Opere che è il braccio finanziario-affaristico di Comunione e Liberazione.
E, al suo fianco, una lobby trasversale di uomini politici che coinvolge personaggi che stanno intorno all’allora presidente del Consiglio Prodi, che viene lui stesso indagato ma non perché sia accusato di avere fatto qualcosa lui personalmente, ma perché c’era uno di questi del suo giro coinvolto nei rapporti poco chiari con Saladino, che utilizzava un cellulare in uso anche a Prodi.
Per vedere come veniva usato questo cellulare viene indagato Prodi, proprio per poter chiedere al Parlamento l’autorizzazione a utilizzare e indagare su quei tabulati.
Poi Mastella, l’ultimo degli indagati perché appena viene indagato, allora ministro della Giustizia – siamo all’ottobre del 2007 – De Magistris si vede togliere anche questa indagine.
Bene, queste tre indagini, secondo tutti questi processionari che vanno a Salerno, sarebbero viziati da gravi reati commessi da De Magistris: fughe di notizie, abusi.
Perché vanno a Salerno a denunciare De Magistris? Perché Salerno è competente a indagare sugli eventuali reati commessi da magistrati di Catanzaro.
Per fortuna i magistrati di Catanzaro non possono indagare su se stessi, indaga Salerno.
Se poi Salerno ha commesso irregolarità, indaga Napoli. Su Napoli indaga Roma, su Roma indaga Perugia e così a catena.
Una volta c’erano le competenze incrociate tra le procure: Perugia indagava su Roma e Roma su Perugia.
Brescia indagava su Milano e Milano su Brescia.
Genova su Torino e Torino su Genova.
Catanzaro indagava su Salerno e Salerno su Catanzaro.
Ma se io indago su Beppe Grillo e Beppe Grillo indaga su di me, alla fine può capitare che, se siamo due poco di buono, ci mettiamo d’accordo: io non indago su di te, tu non indaghi su di me, una mano lava l’altra e così continuiamo a fare le nostre porcherie, indisturbati.
Ecco perché, nel 1998, furono cancellate le competenze incrociate e quindi si stabilì che se io indago su Grillo, lui non può indagare su di me: su di me deve indagare una terza persona, in modo che così non ci possiamo mettere d’accordo perché non abbiamo il do ut des.
Quindi Salerno è competente per indagare sui reati dei magistrati di Catanzaro, e lì arrivano coloro che vogliono denunciare De Magistris per quello che ha fatto a Catanzaro.
Ma anche De Magistris a Salerno fa delle denunce: denuncia a sua volta i sui superiori e alcuni suoi imputati, avvocati di suoi imputati, giornalisti al seguito dei suoi imputati o dei suoi superiori, che secondo lui lo avrebbero screditato, calunniato, isolato, espropriato delle sue inchieste.
Insomma, avrebbero creato i presupposti per levare prima le inchieste e poi lui.
Quindi i magistrati di Salerno non possono fare altro, perché ricevono queste denunce, di De Magistris e contro De Magistris, essendo competenti devono approfondirle per vedere quali sono fondate e quali no.
La legge glielo impone, è obbligatoria l’azione penale.
Ricevi una denuncia, devi verificarla.
Quindi cominciano a lavorare, per mesi e mesi, nessuno ne sa niente, di quello che succede a Salerno.
Lavorano in silenzio, nessuno li ha mai visti in televisione, nessuno li ha mai sentiti parlare, nessuno sa nemmeno che faccia abbiano i pubblici ministeri Gabriella Nuzi e Dionigi Verasani e il loro capo che si chiama Luigi Apicella.
A un certo punto, questi tre magistrati di Salerno vengono sentiti dal Consiglio Superiore: la prima volta nell’ottobre dell’anno scorso, quattordici mesi fa, l’altra volta il 9 gennaio di quest’anno, undici mesi fa.
Vennero sentiti perché, fermo restando che loro si occupano delle questioni penali, se ci sono reati negli uffici giudiziari di Catanzaro, il CSM si occupa dei profili disciplinari e di incompatibilità.
Anche se non c’è un reato da parte di un magistrato, se si scopre che un magistrato ha violato le regole deontologiche della sua professione deve essere punito.
Se invece è in condizioni di incompatibilità, cioè non può stare in quel posto, non per colpa sua ma perché magari è parente di qualche avvocato, amico di qualche avvocato, fidanzato di qualche avvocato, fidanzato o parente o amico di qualche indagato… non è colpa sua ma non è bene che stia lì, ma da un’altra parte.
Trasferimento per incompatibilità ambientale oppure procedimento disciplinare nel caso in cui un magistrato, pur non commettendo reati, abbia fatto delle scorrettezze di tipo professionale.
Quindi, il CSM sente i magistrati di Salerno per capire che cosa sta emergendo.
Anche perché il CSM, in quel momento, deve decidere sul trasferimento proposto dal procuratore generale della Cassazione in seguito alle ispezioni ministeriali disposte prima da Castelli e poi, soprattutto, da Mastella contro De Magistris, per incompatibilità ambientale con Catanzaro e funzionale con il ruolo di PM.
Vogliono capire che cosa sta emergendo per poter farsi un’idea di qual è il caso De Magistris e, nello stesso tempo, farsi un’idea se ci sono altri, a Catanzaro, che è meglio mandare via oppure sanzionare.
I pubblici ministeri di Salerno raccontano, per ore e ore, quello che sta emergendo dalle loro indagini.
E quello che raccontano è clamoroso: dicono che le denunce contro De Magistris si sono rivelate totalmente infondate.
Cioè non risulta che De Magistris abbia fatto nessuna scorrettezza, anzi dicono: “le indagini di De Magistris sono corrette, non emergono reati a carico di De Magistris” e quindi tutte le denunce che sono state presentate contro di lui, erano decine e decine, saranno archiviate.
E infatti, pochi mesi dopo, arriva l’archiviazione per tutte le indagini su De Magistris che viene liberato da ogni sospetto.
Le sue indagini erano doverose, tutto quello che ha fatto l’ha fatto bene, in buona fede.
Anche l’iscrizione di Mastella sul registro degli indagati era doverosa, si imponeva in base agli elementi che erano venuti fuori, niente da eccepire.
Il CSM dovrebbe prendere atto del fatto che, comunque, si è stabilito che De Magistris si è comportato correttamente.
Il CSM se ne infischia e lo trasferisce con dei cavilli, che non sto qui a spiegare ma poi vi dico, se volete approfondire, quali libri potete trovare che lo spiegano.
Invece, i magistrati di Salerno, sempre nell’audizione al CSM del 9 gennaio di quest’anno, raccontano anche che cosa sta emergendo sull’altro tipo di denuncia, quella fatta da De Magistris contro quel comitato trasversale, quello che lui chiama la nuova P2.
Non c’è più Licio Gelli, ci sono alcuni piduisti.
Ma non è un problema di ex iscritti alla P2, il problema è un network di persone che dovrebbero controllarsi le une con le altre e che invece stanno pappa e ciccia e si coprono a vicenda.
E quando arriva qualche magistrato che sta fuori dal network, libero e indipendente come De Magistris, si coalizzano per andargli addosso e fare in modo che se ne vada.
Quindi è necessario che ci siano magistrati, giornalisti, politici, avvocati, faccendieri, imprenditori, qualche bel mafiosetto… eccetera.
Tutti insieme contro di lui, questa è la denuncia di De Magistris.
Queste denunce, secondo i magistrati di Salerno, si sono rivelate fondate.
Tant’è che dicono e rimane scritto nel verbale che firmano nell’audizione al CSM, che De Magistris è stato costretto a lavorare “in un contesto giudiziario fortemente condizionato da interessi extragiurisdizionali, talvolta illeciti, perché ci sono magistrati legati ad avvocati, imputati” che poi ricevono dei favori, moltissimi favori.
Per esempio hanno ricevuto magistrati da Saladino, che ha fatto assumere loro amici, parenti, nelle sue società e quindi ha un credito di riconoscenza, e questi magistrati hanno un debito, e infatti si sono dedicati tutti a interferire nel lavoro di De Magistris che su Saladino stava indagando.
Viene fuori, quindi, un quadro gravissimo.
Fermo restando che la procura di Salerno deve occuparsi dei reati di questi magistrati di Catanzaro, il CSM dovrebbe prendere immediatamente la palla al balzo per punire disciplinarmente o trasferire da Catanzaro tutti quelli che risultano incompatibili.
Chi ha ricevuto favori, a Catanzaro, da un imprenditore calabrese come Saladino, indagato in questa inchiesta, come minimo deve essere cacciato e mandato da un’altra parte.
Invece il CSM non fa nulla: cioè trasferisce De Magistris, la vittima del presunto complotto, ma gli autori del presunto complotto li lascia tutti al loro posto.
Tant’è che, l’altro giorno, i magistrati di Salerno sono andati a perquisirli e a notificargli che sono indagati e li hanno trovati tutti al loro posto, a Catanzaro.
Pensate, se il CSM avesse fatto il suo dovere di mandarne via qualcuno, di sospenderne qualcuno e di punirne qualcuno, l’altro giorno quando c’è stato il blitz, avrebbe potuto dire “ma noi avevamo già provveduto, avevamo già risolto il problema, adesso vedete se hanno commesso anche reati”.
Paradossalmente, anche se il CSM ritiene che De Magistris meritasse di andare via, anche gli altri dovevano andare via.
Se è vero che quando c’è una contesa si mandano via tutti, se questa è la prassi che adotta il CSM, mandassero via anche quelli che hanno ostacolato De Magistris.
Invece no, sono rimasti tutti al loro posto e così l’effetto del blitz di Salerno a Catanzaro è stato dirompente, perché stavano tutti lì, nell’esercizio delle loro funzioni.
Come se nulla fosse stato detto a gennaio dai magistrati di Salerno, che avevano avvertito il CSM di come stavano andando le indagini e quale direzione avrebbero preso.
Questo è l’antefatto.
Noi abbiamo una procura che, per legge, deve indagare su quelle denunce e se le ritiene fondate deve perseguire i reati commessi da questi magistrati di Catanzaro.
Quindi cosa fanno? A un certo punto, dato che si stanno anche occupando dell’insabbiamento delle indagini di De Magistris perché l’ipotesi d’accusa è che sia stato privato delle sue indagini perché venissero date a colleghi più malleabili, i quali con i soliti giochi di prestigio, stralci, archiviazioni, parcellizzazione del materiale alla fine hanno insabbiato tutto.
Voi sapete che a De Magistris l’indagine Poseidone sui depuratori l’ha tolta il suo capo, non appena ha indagato l’On. Pittelli di Forza Italia.
Pittelli è anche l’avvocato del procuratore capo, amico del procuratore capo dell’epoca, Lombardi, il quale ha una seconda moglie che ha un figlio da un altro uomo.
Il figlio della seconda moglie di Lombardi è socio in affari dell’On. Pittelli.
Possibile che il procuratore capo tolga a De Magistris l’indagine appena indaga Pittelli che è socio del figlio della sua convivente?
Questo, per esempio, è il primo caso scandaloso.
Secondo caso: non appena viene indagato Mastella, il procuratore generale Dolcino Favi, facente funzioni perché lui era l’avvocato generale dello Stato, toglie a De Magistris anche l’indagine Why Not, dove sono indagati Prodi, Mastella, Saladino e gli altri.
Con quale argomento?
Dicendo che dato che Mastella gli ha mandato gli ispettori e poi ha chiesto al CSM di trasferirlo, allora De Magistris non può indagare su Mastella perché vuol dire che ce l’ha con lui, è in conflitto di interessi.
In realtà è troppo comodo: è un po’ come sostenere che nella favola del lupo e dell’agnello ha ragione il lupo, che sta a monte e accusa l’agnello di intorbidargli l’acqua a valle.
Lì non era Mastella vittima di De Magistris, era De Magistris vittima di Mastella.
Non è che De Magistris ce l’aveva con Mastella, era Mastella che ce l’aveva con De Magistris perché stava lavorando su di lui e quindi ha chiesto di trasferirlo prima di essere indagato.
Poi De Magistris l’ha indagato e il procuratore generale gli ha detto che non poteva indagare perché ce l’hai con Mastella!
Il ribaltamento totale della logica.
Tolta anche l’indagine Why Not, gli restava toghe lucane sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Basilicata, dirompente anche questa perché è un’indagine che coinvolge addirittura un ex big del CSM, cioè l’On. Buccico, sindaco di Matera, parlamentare di AN, un avvocato importante.
Anche lui indagato.
Quell’indagine, toghe lucane, insieme al fatto che coinvolge un sacco di magistrati della Basilicata, De Magistris riesce a portarla a termine ma non proprio fino alla fine.
Quando lo trasferiscono da Catanzaro a Napoli, ormai l’inchiesta è finita e allora fa gli avvisi di chiusura delle indagini, cioè avvisa gli indagati che le indagini sono finite e hanno venti giorni di tempo per chiedere un supplemento istruttorio.
Dopodiché, farà le richieste di rinvio a giudizio e chiuderà il suo lavoro in quell’indagine.
Bene, gli impediscono anche di fare quei venti giorni per poter scrivere le richieste di rinvio a giudizio.
Lo cacciano da Catanzaro, fisicamente, un attimo prima che lui sia riuscito a scrivere le richieste di rinvio a giudizio.
Nessuna, quindi, delle tre indagini clamorose si è conclusa con la firma di De Magistris.
Perché dico questo? Perché il CSM sapeva che i magistrati stavano scoprendo che queste indagini gli erano state tolte per brutti fini.
Sapeva che secondo la procura di Salerno competente, aveva ragione De Magistris e torto i suoi avversari.
Sapeva soprattutto, il CSM, perché la procura di Salerno lo informava, che da mesi la procura di Salerno stava chiedendo a quella di Catanzaro la copia degli atti delle indagini Why Not sulla quale si stava, appunto, indagando per verificarne l’eventuale insabbiamento.
Una volta l’hanno chiesta, due volte, tre, quattro… sette volte la procura di Catanzaro rifiuta a quella di Salerno l’invio delle copie di questa indagine.
Ecco perché l’altro giorno c’è stato il blitz: perché quelli di Salerno, che ormai aspettavano da quasi un anno quegli atti e se li vedevano negare illegalmente – non puoi rifiutarti di esibire un atto che un magistrato competente ti chiede – sono andati a prenderseli.
Con la polizia giudiziaria sono andati lì, hanno spazzolato tutto ciò che c’era nelle cassaforti, cassetti, uffici e anche nelle abitazioni.
Nei computer privati dei magistrati.
Dice: “ma uno è stato denudato”.
A parte che quelli di Salerno dicono che non è vero, ma in ogni caso se uno è in pigiama e si cerca un pen drive e non lo si trova, per evitare che se lo sia messo nelle mutande è giusto perquisirlo anche corporalmente, è una cosa che succede a chiunque venga perquisito quando si cerca non un transatlantico ma un temperino!
I magistrati sono soggetti alla legge come tutti gli altri.
Quello era un magistrato indagato, quello che è stato forse perquisito anche nel pigiama.
Se gli davano le carte, non andavano a prenderle. Non gliele hanno date: sono andati a prendersele.
Illegalmente? No, con un provvedimento di sequestro perfettamente motivato.
Sono 1700 pagine. Se qualcuno ha voglia di farsi un’idea precisa su questo caso, gli suggerisco di perdere una giornata e di leggersi almeno le parti sottolineate di questo decreto di perquisizione, che è rintracciabile sul blog di Carlo Vulpio, giornalista valoroso del Corriere – che infatti non viene più fatto scrivere su questa storia, carlovulpio.it, e sul nostro www.voglioscendere.it.
Se la leggete scoprite un sacco di cose scandalose, delle quali i giornali, salvo rare eccezioni, non parlano.
Perché parlano di guerra fra procure, che non esiste.
Salerno legittimamente va a prendersi le carte e a fare le perquisizioni, è competente.
Catanzaro fa una cosa che non potrebbe fare: il procuratore generale di Catanzaro se ne va in TV a dire che l’atto di Salerno è eversivo e in realtà compie lui un atto che se non è eversivo sicuramente è poco regolare.
Perché incrimina lui i colleghi di Salerno che lo hanno incriminato, come se fosse competente lui!
A parte che lui è un procuratore generale e non può indagare, può farlo il procuratore capo.
Ma soprattutto lui è procuratore generale di Catanzaro e i reati di Salerno li valuta Napoli, quindi se voleva denunciare dei reati di Salerno doveva fare un esposto a Napoli.
Poi se sei parte in causa, addirittura indagato, come puoi pensare di indagare sui tuoi indagatori!
C’è un conflitto di interessi clamoroso, e infatti per legge chi è parte in causa, da magistrato, deve astenersi in un processo.
Non c’è una guerra fra due cattivi: c’è un atto legittimo e doveroso della procura di Salerno al quale si risponde con atti abusivi e abnormi da parte di quella di Catanzaro.
E’ questa che viene definita la guerra fra procure, perché bisogna fare pari e patta.
Allora come si fa a controbilanciare l’abominio di quello che ha fatto Catanzaro? Bisogna addebitare qualcosa a Salerno.
E dato che Salerno non ha fanno nulla di male, ecco che ci si inventa il fatto che li hanno fatti denudare, anche se non è vero – c’è stata forse una perquisizione corporale di un indagato in pigiama, visto che erano le 7 del mattino -, si inventa che sarebbe abnorme il decreto di sequestro degli atti solo perché è di 1700 pagine.
Perché, c’è una legge che stabilisce quante pagine deve avere un decreto?
Se ne facevano due, di pagine, avrebbero detto “son due paginette, non c’è niente, è tutto campato per aria”.
Se lo motivi bene, con 1700 pagine, non va bene lo stesso.
E poi dicono: “sono andati a sequestrare l’originale di un fascicolo giudiziario in corso, bloccando l’attività di indagine”.
A parte che languivano per conto loro da mesi, da quando le avevano tolte a De Magistris, ma è chiaro che il sequestro serviva a fare le fotocopie, cioè ad avere quella copia che Catanzaro non aveva mai mandato.
Non è che bloccavano per sempre le indagini.
Bene, per queste quisquilie il Capo dello Stato ha addirittura chiesto gli atti dell’indagine a Salerno, prima di fare lo stesso con Catanzaro.
Come se Salerno dovesse rendere conto al Capo dello Stato di quello che fa.
Questo sì è un atto inaudito, mai visto, mai sentito: il Capo dello Stato che chiede degli atti a una procura.
Come si deve sentire un magistrato di Salerno se il Capo dello Stato gli chiede gli atti quando lui sta facendo semplicemente il suo mestiere, il suo dovere previsto dalla legge?
Apoteosi finale: il CSM nel giro di 24 ore – non so come abbiano fatto a leggersi 1700 pagine in 24 ore, io ci sto provando da giorni e ancora non sono riuscito a finire – valuta il tutto con la rapidità della luce e propone al plenum di trasferire sia il procuratore generale di Catanzaro, quello che ha detto che i suoi colleghi erano eversori, sia quello di Salerno che ha fatto semplicemente il suo dovere!
Pari e patta, guerra fra procure.
Ecco perché i giornali e i politici hanno detto “guerra fra procure”, perché dovevano coprire un atto incredibile come quello commesso dal Capo dello Stato, mai visto, e uno altrettanto incredibile fatto dal CSM.
Facciamo finta che De Magistris abbia torto, che abbia sbagliato tutto, che sia un incapace come ci viene raccontato.
Allora, per quale motivo non si lascia che concluda le sue indagini? E non si lascia che Salerno, competente su quella faccenda, concluda le sue?
Se è un incapace e viene sempre smentito dai giudici, dai GIP, dai tribunali del riesame, lasciate che finisca le sue indagini, che finisca davanti a un GIP o a un riesame che gliele bocci.
Così fa brutta figura De Magistris!
Perché, invece, gliele tolgono sempre prima in modo da consentirgli di dire che gliele hanno impedite di concludere?
Allora vuol dire che hanno paura che non sia così incapace. Hanno paura che abbia scoperto delle cose molto gravi, altrimenti se uno deve andare a sbattere lascialo andare a sbattere, no?
Allo stesso modo, se ha torto, si lasci che concluda la procura di Salerno. Se poi la procura di Salerno ha a sua volta torto, ci sarà un GIP, un tribunale del riesame, un tribunale normale, una corte d’appello, una Cassazione che darà torno a Salerno.
Perché impedire a Salerno di andare avanti con questi atti violenti, trasferimento del capo, ispezioni ministeriali del solito Alfano, avvertimenti strani del Capo dello Stato, CSM scatenato, politici e giornali pure?
Viene persino il dubbio che loro l’abbiano capito chi aveva ragione e chi aveva torto.
Però devono continuare a raccontarci che sono tutti uguali, che c’è una guerra fra bande così hanno la scusa per mettere le mani sulla giustizia.
Una volta si pensava alla Berlusconi che le mani sulla giustizia le potesse mettere la politica contro il volere della magistratura, adesso si sta cercando di coinvolgere una parte, la peggiore, della magistratura, il peggior CSM che si sia mai visto, e un Capo dello Stato che sicuramente non sta brillando per le sue funzioni di garanzia, proprio perché collaborino tutti quanti alla normalizzazione di quei pochi magistrati e quelle poche procure che ancora fanno il loro dovere senza guardare in faccia a nessuno.
Per fortuna la verità è più forte di qualunque pressione, per cui chiusa una porta esce dalla finestra, chiusa la finestra la verità rompe il vetro.
Quindi, chi pensava di archiviare il caso De Magistris e quello collegato della Forleo, adesso è di nuovo preoccupato perché cacciati i due magistrati, la verità sta tornando fuori più prepotente che mai.
Per chi la vuole conoscere fino in fondo suggerisco, per Natale, dei libri: Roba Nostra di Carlo Vulpio, pubblicato da Il Saggiatore; Il caso De Magistris, di Antonio Massari pubblicato da Aliberti; Il caso Forleo, sempre di Antonio Massari pubblicato sempre da Aliberti.
Poi c’è il nostro vecchio Toghe Rotte di Bruno Tinti, che spiega i meccanismi, e c’è il nostro Mani Sporche dove c’è l’inizio del caso De Magistris. Poi tutti gli sviluppi li trovate in un libro che sta per uscire, Per chi suona la banana, pubblicato per Garzanti, che raccoglie gli articoli che ho dedicato anche a questi casi sull’Unità.
Vi saluto e come al solito, dopo la lettura, passate parola!”

Tratto da: www.beppegrillo.it

Inserito da: taniaolaf | Dicembre 10, 2008

Easy handcuffs

Marco Travaglio – Zorro
l’Unità, 10 dicembre 2008

Arrestato per corruzione e frode il governatore democratico dell’Illinois, Rod Blagojevich: dopo mesi di intercettazioni, è accusato di aver tentato di vendere la poltrona senatoriale liberata da Obama. L’Fbi – rivela il Chicago Tribune – indagava su di lui da tre anni per tangenti in cambio di assunzioni. “Le accuse sono sconvolgenti”, dichiara il procuratore Fitzgerald: “Blagojevich ha preso tangenti e usato il suo incarico per frenare la libertà di critica della stampa”. Immediate le reazioni. George Neapolitan è “allarmato per l’ennesima guerra fra politica e magistratura” e chiede gli atti alla procura. Il Csm si prepara a trasferire Fitzgerald in Alaska. Silvio Dwarf è solidale con Blagojevich, “vittima delle manette facili e del giustizialismo delle toghe rosse che calpestano la privacy”. Sull’Evening Courier, Angel Whitebread domanda: “Era proprio necessario questo arresto-spettacolo?”. Casparr, Chikkitt, Bondy e Little Sheep denunciano in una nota “l’abuso di intercettazioni e il circuito mediatico-giudiziario, impensabili nelle vere democrazie come gli Usa”. Little Angel Alphanous invia gl’ispettori a Springfield e invita i democratici a “votare le mie riforme della giustizia e delle intercettazioni”. Max Little Moustache e Anne Fennel aprono al dialogo. Per Lucian Violator “i giudici han troppo potere sui politici, dobbiamo riscrivere la Costituzione con Blagojevich, non appena sarà scarcerato”. Daniel Big Nipple sfida i democratici: “Ora chiedano scusa ad Al Capone”. In un pizzino rinvenuto per caso, Nicholas The Tower scrive: “Io non posso dirlo, ma queste intercettazioni cominciano a starmi sul cazzo”.

Tratto da: www.voglioscendere.it

Inserito da: taniaolaf | Dicembre 3, 2008

Berlu-Sky: la vera storia

di Peter Gomez e Marco Lillo
Espresso.repubblica.it
1 dicembre 2008

«Ma quale conflitto di interessi. La sinistra ha concesso a Sky per i rapporti che aveva con quella televisione il privilegio del 10 per cento dell’Iva. Abbiamo tolto quei privilegi e abbiamo fatto ritornare l’Iva a Sky uguale a quella di tutti gli altri».

E’ proprio questa la vera storia del trattamento fiscale agevolato per la pay tv? “L’espresso” ha fatto una piccola inchiesta per ricostruire la vicenda dello sconto dell’Iva a Telepiù, il primo nome della tv a pagamento che fu fondata dal gruppo Fininvest per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine nel 2002 a Murdoch che la denominerà con il nome del suo gruppo: Sky.

Si scopre così che l’Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c’era persino stato un tentativo di corruzione.

Nel 1997 Il pubblico ministero Margherita Taddei chiese il rinvio a giudizio per Berlusconi. Lo chiese anche sulla base di un fax che fu trovato durante una perquisizione. La missiva era opera di Salvatore Sciascia, allora manager Fininvest e oggi parlamentare del Pdl nonostante una condanna definitiva in un altro procedimento per le mazzette pagate dal gruppo alle Fiamme Gialle. Nel fax, diretto a Silvio Berlusconi, Sciascia chiedeva di spingere per far nominare alla Corte dei Conti il dirigente del ministero delle Finanze Ludovico Verzellesi, meritevole perché in precedenza si era speso per fare ottenere l’agevolazione dell’Iva al 4 per cento per Telepiù. In pratica, secondo la ricostruzione dei magistrati, la raccomandazione era il ringraziamento di Fininvest per il trattamento ricevuto.

Il fascicolo processuale però fu trasferito nella Capitale per competenza nel 1997. Nel 2000 il Gip Mulliri, su richiesta del procuratore di Roma Salvatore Vecchione e del pm Adelchi D’ippolito (oggi capo dell’ufficio legislativo del ministero dell’economia con Giulio Tremonti) archiviò tutto. Nessuna rilevanza penale, quindi. Ma restano i dati oggettivi sulla trattativa tra la Fininvest e il ministero per l’abbassamento dell’Iva sulla pay tv: dal 1991 al 1995 quando era controllata o partecipata dal gruppo Berlusconi, Telepiù ha goduto di un’aliquota pari al 4 per cento. Un’agevolazione che allora Berlusconi non considerava scandalosa. Mentre oggi definisce “un privilegio” l’aliquota più che doppia del 10 per cento.

L’innalzamento dal 4 all’attuale 10 per cento fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All’epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: «È l’ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv».

Il 25 ottobre del 1995, Mario Zanone Poma, (amministratore di Telepiù sin dalla sua fondazione) dichiarava alle agenzie di stampa: «L’innalzamento dell’aliquota Iva:
1) contraddice la sesta direttiva della Comunità Europea;
2) contraddice l’atteggiamento degli altri paesi europei verso aziende innovative quali le pay tv;
3) crea una grave discriminazione tra la pay-tv e il servizio televisivo pubblico».
In pratica il manager scelto da Berlusconi diceva le cose che oggi dicono gli uomini di Murdoch.

Effettivamente un ruolo dei comunisti ci fu. Ma a favore del Cavaliere.

Il Governo Dini voleva aumentare l’Iva fino al 19 per cento (come oggi vorrebbe fare Berlusconi) ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l’imposta al 10 per cento attuale. L’emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista: il suo leader dell’epoca, Fausto Bertinotti, in un ribaltamento dei ruoli che oggi appare surreale, fu duramente criticato dall’allora responsabile informazione del Pds (e attuale senatore del PD) Vincenzo Vita: «È squallido che Bertinotti abbia permesso un simile regalo a questo nuovo trust della comunicazione, figlio della Fininvest».

Tratto da: www.voglioscendere.it

Inserito da: taniaolaf | Dicembre 3, 2008

Passaparola/14

Mediaset Uber Alles

“Buongiorno a tutti.
Ogni tanto c’è qualche illuminato pensatore che sostiene che la televisione in Italia non conta.
Che possedere televisioni, in fondo, è marginale. Che il Cavaliere le tiene così, perché ci è affezionato, ma in realtà non cambiano il corso delle cose e delle elezioni.
Sarà, però sono settimane che, mentre sulla politica italiana incombe una crisi terrificante o meglio dovrebbe incombere la crisi finanziaria come su tutte le altre classi politiche che stanno dedicandoci tutte le loro energie, la nostra classe politica sta concentrando le sue energie su temi televisivi.
La commissione parlamentare di vigilanza, le nomine che verranno fatte probabilmente dalla vigilanza e dalla maggioranza, con la collaborazione della solita quota di collaborazionisti dell’opposizione, entro Natale alla Rai.
E adesso la tassa su Sky.
E’ veramente meraviglioso che, mentre tutto il mondo si sta dando da fare per rilanciare gli investimenti, per mettere in moto l’economia inceppata – poi che siano misure giuste o sbagliate lo vedremo – in Italia il nostro Presidente del Consiglio abbia trovato il modo di approfittare della crisi.
Di trasformare la crisi in un’occasione per spezzare le reni ai suoi concorrenti.
Voi sapete che è stato bloccato l’adeguamento del canone Rai all’inflazione, e questo può non essere un male vista la media dei programmi della Rai.
Il problema è che a deciderlo è il governo di Mediaset.
E poi, capolavoro, l’altro giorno è stata elevata dal 10% al 20%, cioè raddoppiata, l’IVA sulle Pay TV satellitari.
Dato che di Pay TV satellitari ce n’è sostanzialmente una, cioè quella di Murdoch – nel senso che è la sua piattaforma in abbonamento – il raddoppio dell’IVA dall’oggi al domani, per quanto non affami nessuno, mette ovviamente in difficoltà chi con la Pay TV ci campa.
Il che significherà aumento degli abbonamenti per Sky per quei quasi cinque milioni di abbonati che ci sono in Italia e significherà che Murdoch o si accollerà tutto l’aumento della tassa e così andrà praticamente a eliminare l’utile che riesce a fare, oppure la accollerà agli abbonati.
Se la accollerà agli abbonati aumenteranno gli abbonamenti, ci saranno persone che pagheranno di più oppure ci saranno persone che non pagheranno più l’abbonamento.
Stiamo parlando di quasi cinque milioni di persone, quindi di una bella fetta di Italia anche perché non sono cinque milioni di persone che vedono Sky: sono quasi cinque milioni che pagano l’abbonamento che poi vale per una famiglia di due, tre persone.
Io non lo so se sia giusto o meno quello che c’era prima, cioè l’IVA agevolata sulle Pay TV.
Non so quindi se sia giusto o non sia giusto il fatto di raddoppiarla e portarla al 20%.
Sicuramente è un dibattito ozioso, perché potrebbe essere giusto come non essere giusto in un altro Paese dove a decidere questo aumento è un governo che non possiede televisioni, invece noi abbiamo un Presidente del Consiglio che possiede televisioni che, guarda caso, sono le uniche che non pagano la crisi.
La crisi la paga la Rai col blocco del canone, la crisi la paga Sky col raddoppio dell’Iva.
L’unico che non paga mai niente è Mediaset, che Berlusconi possiede. E fosse il primo provvedimento favorevole a Mediaset uno potrebbe dire “vabbè, in quindici anni…”.
No, è l’ennesimo provvedimento favorevole a Mediaset che gode di trattamenti privilegiati dal Parlamento da quando è nata, da trent’anni: dall’inizio degli anni Ottanta.
Si cominciò con i famosi decreti Berlusconi varati da Craxi per neutralizzare le ordinanze dei pretori che impedivano la trasmissione in interconnessione, cioè in contemporanea su tutte le reti regionali del network Italia 1, Rete4, Canale5.
Si proseguì con il secondo decreto Berlusconi quando il primo non fu convertito in legge. Era il periodo, tra l’altro, in cui le leggi Berlusconi si chiamavano così soltanto dal nome del beneficiario, adesso si chiamano così anche dal nome del loro autore: abbiamo completato l’opera, all’epoca l’autore era Craxi.
Abbiamo proseguito con la legge Mammì, che ha di fatto fotografato come una Polaroid il trust: quante televisioni ha Berlusconi? Tre? Perfetto: il limite antitrust è tre televisioni.
Poi abbiamo avuto la discesa in campo del Cavaliere quando Craxi e gli amici suoi non potevano più fargli le leggi e quindi ha deciso di farsele lui, personalmente, scrivendo direttamente a mano sulla Gazzetta Ufficiale.
Così siamo arrivati al 1994 quando fu varata la legge Tremonti che defiscalizzava gli utili reinvestiti.
Berlusconi e Fininvest fecero passare per utili reinvestiti, per nuovi investimenti, l’acquisto di film dall’America, che in realtà erano roba vecchia e non erano nulla di investimento reale, e poi si fecero da soli un’interpretazione che consentiva di fare questa operazione per risparmiare tasse.
E quando qualcuno lo fece notare loro risposero: “sì, ma la defiscalizzazione vale per tutte le aziende! Non possiamo mica penalizzare la nostra”.
Fanno sempre così. E’ come quando il figlio di un barone vince un concorso nella stessa università del barone, magari con una commissione esaminatrice presieduta dallo stesso padre barone.
Il padre barone intervistato dice: “eh ma mio figlio è bravo, non possiamo mica penalizzarlo per il cognome che ha!”
Prima fanno le cose ad personam e poi dicono: “va beh, ma non possiamo mica escludere proprio soltanto la nostra azienda!”, dato che le leggi ad personam riguardano sempre una categoria nella quale è prevista la “personam” ma non solo quella.
Dopo la legge Tremonti, abbiamo scoperto oggi che “nel 1995 si decise di abbattere l’IVA per le Pay TV”.
Già, ma in quel periodo Berlusconi possedeva ancora una quota di Pay TV: c’era Tele+ e Berlusconi si era liberato della quota di maggioranza perché la legge Mammì gli vietava di possedere più del 10% di Tele+.
E a chi aveva dato queste quote? Le aveva date a una serie di suoi prestanome a cominciare dall’immobiliarista Della Valle, nulla a che vedere con Della Valle Diego, quello della Fiorentina e delle Tods.
Quindi, se dicono così, vuol dire che si erano fatti una legge già all’epoca.
In realtà è difficile che quella legge l’avesse fatta Berlusconi, perché nel 1995 Berlusconi non governava più.
Governava Lamberto Dini, e il ministro delle Poste e delle comunicazioni, però, era l’avvocato Gambino, ex avvocato di Sindona che aveva anche tutelato gli interessi della Fininvest in una serie di cause.
Dopodiché abbiamo avuto, nel 1996, la quotazione in borsa di Mediaset. Poi si è scoperto che, secondo la procura di Milano, Mediaset in quel periodo già presentava bilanci falsi e presentò, quindi, prospetti falsi a proposito di certe sue società estere che sfuggivano al consolidato e che quindi fu quotata in borsa sulla base di un prospetto falso, anche se la Consob come al solito dormiva e il ministero del Tesoro pure.
Poi abbiamo avuto tutto lo scandalo televisivo con le ripetute sentenze della Corte Costituzionale che hanno imposto di mandare Rete4 sul satellite e che non sono mai state rispettate dal Parlamento, che non le ha mai tradotte in legge.
Anzi ha tradotto in legge continue proroghe per consentire a una rete abusiva di continuare a trasmettere sul terrestre anche senza la concessione: in proroga eterna.
Nel frattempo abbiamo avuto altri provvedimenti incredibili, come quelli sull’editoria scolastica che naturalmente va a vantaggio di Mondadori, che è di proprietà di Berlusconi anche se lui la controlla dal 1990 in virtù di una sentenza comprata da Previti con soldi della Fininvest estera.
Mondadori è leader anche, ovviamente, nell’editoria libraria scolastica.
Poi abbiamo avuto addirittura tre provvedimenti con cui si davano incentivi di Stato a chi comprava i decoder per il digitale terrestre – di Mediaset Premium ovviamente.
Decoder doppiamente in conflitto di interessi. Perché? Perché lo Stato aiutava i cittadini a comprare i decoder per dimostrare che tutta l’Italia era ormai illuminata dal digitale terrestre, mentre non era vero.
Lo Stato diceva: “comprateli che tanto ve ne paghiamo noi una bella quota” – “noi”, poi, siamo sempre noi cittadini, lo Stato – e in più si è scoperto anche che una buona parte di quei decoder li produceva un’azienda di cui era azionista Paolo Berlusconi.
I soldi che uscivano dalle nostre tasche passavano dalle mani di Silvio e poi venivano girati, indirettamente, nelle mani del piccolo Paolo.
Regolarmente, qualunque cosa si faccia, c’è sempre Mediaset che ci guadagna e i concorrenti che ci rimettono.
Adesso, questo provvedimento che raddoppia l’IVA per Sky senza toccare minimamente Mediaset se non in minuscola parte, è stato perfettamente orchestrato.
Voi vedete come funziona bene il gioco di squadra fra Confalonieri e Berlusconi.
Confalonieri, presidente di Mediaset, fa emettere un comunicato da Mediaset il 28 novembre, quando ancora non si sa il dettaglio della manovra fiscale sulla Pay TV.
Il 28 novembre esce il comunicato di Mediaset che dice: “Apprendiamo con disappunto l’inserimento all’interno del decreto anticrisi approvato oggi dal Governo, di una norma che inasprisce l’Iva sulle attività di televisione a pagamento. In attesa di leggere nel dettaglio il provvedimento [...], esprimiamo fin da ora la nostra preoccupazione per il futuro di un’attività che Mediaset ha lanciato di recente e che in questo modo verrebbe fortemente penalizzata.”
E’ un capolavoro anche umoristico: qui è Mediaset che parla, ma potete mica pensare che abbia scritto Piersilvio una cosa del genere, è chiaro che c’è la vecchia volpe Confalonieri.
Nessun italiano sa ancora il dettaglio di questo provvedimento e già Mediaset si lamenta.
Si lamenta perché anche Mediaset, certamente, ha una presenza minuscola nel settore del mercato satellitare.
Il problema è che Mediaset, tramite la RTI, Reti Televisive Italiane, occupa il 5% del mercato televisivo satellitare. Sky, il 91%.
Allora vedete come sono bravi? Mediaset fa il pianto greco preventivo, in modo che il primo commento sulla legge che ammazza Sky è di Mediaset che dice: “è un danno per noi!”.
Naturalmente, è un danno che vale 5 su 100. Sky ha un danno che vale 91 su 100!
Quindi, il costo per Mediaset è 5, il costo per Sky è 91.
Il costo per Mediaset è una caramella, il costo per Sky equivale esattamente agli utili che fa Sky.
Però il primo a lamentarsi è Mediaset, in modo che immediatamente l’opinione pubblica si rende conto che il governo sta penalizzando Mediaset.
Poi, quando i comuni mortali che non si chiamano Mediaset vengono a conoscenza del dettaglio del provvedimento del governo, comincia a protestare anche Sky.
E, naturalmente, a ragione – come abbiamo visto, dato che gli si sta segando il margine attivo annuale.
E’ il “chiagni e fotti”, il solito sistema berlusconiano del “chiagni e fotti”. Mentre piange, fotte gli altri.
In questo caso, piange Confalonieri e Berlusconi fotte la concorrenza.
Questo è un ever green: Montanelli aveva definito Berlusconi il re del “chiagni e fotti”. Quando piange stateci attenti: sta fregando qualcuno.
Qui ha fatto piangere Mediaset perché si notasse di meno il fatto che stavano dando una mazzata alla principale concorrenza, che naturalmente gli sta portando via un sacco di pubblicità.
Voi sapete che la pubblicità si sta trasferendo dalla televisione generalista alla televisione satellitare e a internet, e loro sulla satellitare sono molto deboli – come abbiamo visto – e su internet sono praticamente inesistenti.
Voi sapete che dato che internet è ambivalente, parli ma ti rimbalzano, quando questi provano ad andare su internet gli rimbalzano schizzi di sterco da tutte le parti!
Bisogna essere credibili per andare su internet, non si può mentire su internet con la stessa facilità con cui si mente davanti alla televisione dove il rimbalzo non c’è.
Quindi, su internet loro si sentono in difficoltà e infatti temono per la pubblicità che sta andando un po’ verso il satellite e un po’ verso internet.
La cosa bella è che, di fronte a tutto questo, l’opposizione non sa far altro che parlare di conflitto di interessi.
E’ una cosa un po’ triste e un po’ comica allo stesso tempo sentir dire ancora questa parola. “Basta con il conflitto di interessi” detto da persone che sono lì da quindici anni e che hanno avuto sette anni di tempo, due volte al governo, per risolvere il conflitto di interessi o per farne uno scandalo mondiale.
Non hanno mai fatto niente, hanno sempre mercanteggiato il conflitto di interessi per un piatto di lenticchie quando addirittura non hanno costruito in casa propria il conflitto di interessi per pareggiare il conto con quello di Berlusconi invece di risolvere il suo, vedi i DS che scalavano una banca insieme all’Unipol.
E D’Alema che ancora ieri sera è andato da Crozza a dire che era un’ottima cosa scalare una banca, come se fosse compito di un partito impicciarsi in una contesa bancaria dove ci sono un concorrente estero e uno italiano che dovrebbero battersi ad armi pari.
Quindi non trovano di meglio che parlottare, borbottare, gorgogliare… “il conflitto di interessi, vergogna!”. Sono giaculatorie, geremiadi che lasciano il tempo che trovano.
La stessa parola, conflitto di interessi, non è più spendibile, è logora, superata. Bisogna trovarne un’altra.
E l’unica parola che si può trovare, come scriveva il Prof. Zagrebelsky l’altro giorno, è proprio “regime”.
“Regime” non vuol dire fascismo, vuol dire come viene comandato o governato un popolo quando la parola “democrazia” non va più bene.
E’ un temine neutro, bisogna affiancare un aggettivo per definire il regime: abbiamo avuto il regime fascista, comunista, nazista, sudamericano, terzomondiale. In Italia abbiamo un nuovo tipo di regime, mediatico affaristico.
Naturalmente, le parole, se hanno un senso, devono poi essere accompagnate da gesti concreti.
E’ chiaro che uno scandalo come quello che vediamo, un presidente del Consiglio che utilizza la crisi, le Istituzioni delle quali si è impossessato legalmente – formalmente è legale il suo essere a Palazzo Chigi – per farsi gli affari suoi, le vendette private, danneggiare la concorrenza e avvantaggiare Mediaset che sta andando malissimo in borsa, come Beppe Grillo ha anche ricordato quando ha proposto paradossalmente l’OPA su Mediaset, è uno scandalo che va denunciato a livello internazionale e va sottolineato con atti concreti.
Non si può continuare a stare insieme a Berlusconi e agli altri in commissione di vigilanza, prepararsi a spartirsi le direzioni delle reti e dei telegiornali, e nello stesso tempo denunciare quello che sta succedendo.
Per denunciare efficacemente una cosa del genere ci vogliono gesti eclatanti.
Il primo, ma mi sembra il minimo, una norma igienica di base, è quello di disertare la commissione di vigilanza.
Intanto perché la commissione parlamentare di vigilanza non deve esistere, è una bestemmia.
Quando io racconto ai miei colleghi delle televisioni straniere che vengono in Italia a intervistarmi che c’è la commissione parlamentare di vigilanza quelli mi guardano e mi dicono: “ma come… da noi sono le televisioni che vigilano sul governo e sul Parlamento, come potete voi consentire che sia il Parlamento che vigila sulla televisione?”.
Quindi, sbaraccare questo ente inutile e, dato che c’è e oggi le opposizioni sono in minoranza e non lo possono affossare, disertarlo per delegittimarlo.
C’è un presidente che è una specie di fantoccio, di spaventapasseri preso da Berlusconi fra una delle Quinte Colonne che gentilmente le opposizioni gli mettono sempre a disposizione.
Villari, detto Vinavillari nel fan club che è nato in suo onore su Facebook.
Questo Vinavillari è un eroe italiano, un personaggio da film di Alberto Sordi.
Uno del PD eletto dal centrodestra, contro il volere del PD che l’ha espulso e adesso non si sa più bene a chi risponda. Ogni tanto telefona a Mastella, cioè risponde a uno che non sta in Parlamento.
Lasciassero il signor Villari con tutti i suoi mandanti in commissione di vigilanza a cantarsele e a suonarsele.
Pensate, una bella vigilanza dove i vari epuratori e i vari fascistelli che ogni venerdì attaccano Annozero e ogni lunedì la Gabanelli, fascistelli trasversali.
Restino lì tra di loro, a fare pollaio, con il loro Villari, privi di qualunque legittimità perché l’altra metà, il centrosinistra, è andato via.
Chiudessero questi signori lì dentro, nel loro pollaio, li lasciassero parlottare.
E’ chiaro che senza un’opposizione la vigilanza non conterebbe più niente, non avrebbe più nessuna autorevolezza e probabilmente, come le nomine della Rai che non devono essere fatte da nessun partito – e quindi bisognerebbe modificare la legge Gasparri sbaraccandola, come aveva tentato di fare il referendum poi purtroppo dichiarato impossibile dalla Corte di Cassazione per l’annullamento di molte firme.
Sbaraccare la vigilanza ma, in attesa di poterlo fare, delegittimare questa vigilanza finché al momento delle nomine intervenga il Capo dello Stato – se esiste ancora un capo dello Stato – e dica: “signori, non si può andare avanti in questa situazione”.
Perché finora è evidente che in questi primi sei mesi il regime non solo si è scelto l’opposizione che ha preferito, non solo adesso pretende anche di dire al Partito Democratico con chi si deve alleare e con chi no.
Non solo si è scelto il presidente della vigilanza in un sistema dove sempre si era stabilito che la vigilanza spettasse all’opposizione.
Non solo sta devastando gli interessi economici, sul mercato non più libero, dei concorrenti Rai e Sky e addirittura di La7: Berlusconi e i suoi invitano a sabotare Maurizio Crozza e Crozza Italia su La7 danneggiando programmi della concorrenza.
Addirittura adesso il capo di Mediaset, non contento di avere tagliato i fondi a Sky e Rai, si accinge a fare da solo le nomine per le direzioni dei telegiornali e delle reti.
Voi direte: “non c’è bisogno di cambiarli, quelli sono a disposizione in permanenza, cambiano colore anche senza aver bisogno di cambiare persona”.
Questo è verissimo, infatti ieri sera credo che invece di illuminare lo scandalo del quale stiamo parlando, di quello che non si può più nemmeno chiamare conflitto di interessi perché è qualcosa di più mostruoso, il TG1 ha dedicato un ampio servizio ai campionati italiani di Yoyo.
Questi sì che sono sport da sottolineare.
Mi veniva in mente, per concludere questa nostra chiacchierata, quello che scriveva Montanelli, profeticamente, già nel 1994.
Era uno dei pochi, su La Voce, a parlare di regime non appena Berlusconi si insediò.
Pochi mesi dopo che Berlusconi si insediò, non appena mise le mani sulla Rai, nominando Letizia Moratti, che comunque era incommensurabilmente meglio della classe dirigente che adesso esibisce il popolo del centrodestra.
Montanelli già lucidamente capì che quando il controllori nominano i controllati e quando i controllati sono pappa e ciccia con i controllori, e quando la concorrenza non c’è più perché l’azienda A si occupa anche dell’azienda B, sua concorrente, è un po’ come se la Fiat potesse nominare i vertici della Toyota.
Bene, io mi sono segnato, e ho riportato in un articolo che ho fatto su Micromega dedicato ai lecchini di regime in questi primi sei mesi, le parole di Montanelli.
Scriveva, Indro Montanelli, il 20 settembre 1994 e l’11 ottobre 1994 due articoli memorabili che potrebbero essere pubblicati oggi senza problemi, tali e quali.
“Anche stavolta proprio di lottizzazione si è trattato. Eseguita in piena autonomia, certo, come in piena autonomia spara il killer, visto che la pistola è la sua, e suo il dito che preme il grilletto.
Anche gli aguzzini di Auschwitz sceglievano autonomamente i disgraziati ebrei da infornare. Qualcuno dirà che è quanto si faceva anche nella Prima Repubblica. È vero. Ma la seconda è nata per correggere i difetti della Prima, non per perpetuarli, aggravati. Perché nella prima le lottizzazioni erano confesse, anzi quasi istituzionalizzate da un famoso manuale, il Cencelli, che ne dettava le regole.
Il Potere attuale lancia il sasso e nasconde la mano procedendo per delega, cioè lottizzando i lottizzatori. I quali dicono di agire in piena libertà, e hanno ragione perché è in piena libertà che hanno scelto di eseguire gli ordini del padrone e il modo di farlo.
Anche lo sciuscià Emilio Fede lustra in piena, e anzi voluttuosa, libertà gli stivali del Cavaliere. Servire, diceva Renard, è il verbo che si presta alla più ricca gamma di modulazioni”.
“Eppure – osservava Montanelli – bastava lasciare al loro posto i lottizzati della precedente infornata. Avrebbero provveduto essi stessi a convertirsi ai nuovi padroni del vapore: “Lottizzati si nasce, non si diventa.
Chi lo era ieri (…), lo sarebbe rimasto con la “squadra” [di Berlusconi, ndr]. Quella della Rai non è stata la strage degl’innocenti. È stata la strage degli innocui. A riprova che nessun mestiere si può improvvisare. Anche quello dell’epuratore, come quello del boia, esige il suo tirocinio”.
E poi si lanciava in una previsione che è quella che vorrei lasciarvi perché ci riflettiate:
“Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede. L’abbiamo sempre dipinto come un leccapiedi, anzi come l’archetipo di questa giullaresca fauna, con l’aggravante del gaudio.
Spesso i leccapiedi, dopo aver leccato, e quando il padrone non li vede, fanno la faccia schifata e diventano malmostosi. Fede, no.
Assolta la bisogna, ne sorride e se ne estasia, da oco giulivo. Ma temo che di qui a un po’ dovremo ricrederci sul suo conto, rimpiangere i suoi interventi e additarli a modello di obiettività e di moderazione.
Ce lo fanno presagire certe trasmissioni radiofoniche e televisive (…) della Rai – pensate, era nel 1994… avesse visto e sentito cosa fanno alla radio e in televisione oggi – , che non ha nemmeno aspettato l’insediamento dei nuovi boss per adeguarsi al clima di ‘tutto va bene, madama la Marchesa’. – l’ottimismo di cui parla il Cavaliere – Di cui essi devono essersi fatti garanti”.
“Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d’Inverno.
Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. (…)
Non ci meraviglieremmo se nella corsa alla piaggeria i nuovi officianti della Rai batteranno quelli della Fininvest: come sempre i conversi superano, nello zelo, i veterani.
Ma quale che sia l’esito di questo confronto, è scontato il risultato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di ricorso a leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti”.
E infatti, purtroppo, Montanelli se n’è andato nel 2001 ma, per sua fortuna, non ha potuto vedere il nostro Paese ridotto a una “telenovela di borgatari”.
Noi, invece, ci siamo in questa telenovela di borgatari, ci apprestiamo a celebrare il centenario della nascita del grande Montanelli e, nel frattempo, per evitare di diventare borgatari anche noi, passiamo parola!
Ciao”

Tratto da: www.beppegrillo.it

Inserito da: taniaolaf | Novembre 28, 2008

Erba nostra

Pino Corrias – Vanity Fair, 26 novembre 2008

Sentenza dunque per Olindo e Rosa. Penultimo sudario sulla strage di Erba, 11 dicembre 2006, tre donne e un bambino uccisi a coltellate, viatico a quell’anno di paure quotidiane e allarmi raccontati all’infinito dai telegiornali e dalle dirette con luce rossa, come notizie di un assedio, che in quel sangue trovavano conferma con l’evidenza schiacciante di una prova.

Si scrisse a lungo dell’Italia tremante, con solitudini moltiplicate dagli inverni del Nord. Delle vite insicure nelle villette. Dei paesi di pianura chiusi al tramonto. E ronde a sigillarli, quando era possibile. Altrimenti più polizia. Più controlli sugli immigrati, più arresti per i clandestini, nessuna tolleranza. Salvo scoprire che il male non veniva da troppo lontano, bastava scendere una rampa di scale. E in molti casi ancora meno, ce lo raccontava (inascoltato) Eurispes, dati 2006 e seguenti, che il sangue correva (e corre) in Italia assai più in famiglia, che nelle cosche di malavita. Nei corto circuiti parentali, innescati da depressione, da lenti rancori, da frustrazioni covate.
La paura è diventata merce politica. Andava enfatizzata per estrarne un vantaggio. Destra e sinistra anziché smontarne le derive irrazionali, hanno scelto di assecondarle. L’equivoco ha dato frutti a una delle due parti in gioco.

Erba è stata un’atroce notizia e la rivelazione di un allarme. L’allarme parlava di noi, dei nostri territori sociali sfibrati dal vuoto, assordati dai Centri commerciali, anestetizzati da media ricchezza, media infelicità, brutti paesaggi, molto rumore, nessuna comunicazione. La notizia si chiude con la sentenza. La rivelazione (invece) ancora ci riguarda.

Tratto da: www.voglioscendere.it

Inserito da: taniaolaf | Novembre 28, 2008

La sindrome del nano

Marco Travaglio, Zorro
l’Unità, 27 novembre 2008

A Stoccolma Roberto Saviano parla al mondo intero con Salman Rushdie, pochi giorni dopo che il governo svedese ha onorato il Nobel Dario Fo con uno speciale annullo postale. In Italia, per le cosiddette autorità, Fo è un mezzo terrorista. E il comune di Milano nega l’Ambrogino a Saviano e Biagi. Inutile riportare le ragioni addotte dai carneadi che occupano i banchi del Pdl. Ragioni inesistenti, come i loro sostenitori. All’origine di quel vergognoso No c’è sicuramente l’allergia dei berluscones agli uomini liberi, che continuano a dar fastidio anche da morti. Ma c’è anche il sacro terrore dei mediocri per il talento, la sindrome di Salieri dei nani della politica per i giganti che han saputo conquistarsi l’amore del pubblico. Ieri il solito poveraccio, già noto per aver insultato Biagi da vivo e da morto, è riuscito a sputare pure sulla tomba di Montanelli. L’ha fatto sul Giornale da lui fondato nel 1974, nel tentativo disperato di assolvere il padrone per la sua iscrizione alla P2, sostenendo che Montanelli “scrisse con il piduista Roberto Gervaso una Storia d’Italia in 6 volumi”. Non è vero niente: Montanelli scrisse i libri con Gervaso dal 1965 al ‘70, mentre Gervaso si iscrisse alla P2 nella seconda metà degli anni 70. E quando saltò fuori il suo nome nelle liste di Gelli, si ruppero i rapporti fra i due. Poi, quando Gelli insinuò cose false sui loro rapporti, Montanelli lo querelò e lo fece condannare per diffamazione. Lo sputo sulla tomba di Montanelli merita solo disprezzo. Ma, come diceva il vecchio Indro citando Chateaubriand, “il disprezzo va usato con parsimonia, in un mondo così pieno di bisognosi”.

Tratto da: www.voglioscendere.it

Inserito da: taniaolaf | Novembre 28, 2008

Penne azzurre e caschi blu

Marco Travaglio – Ora d’aria
l’Unità, 24 novembre 2008


Ha fatto scalpore l’appello dell’Associazione magistrati al relatore speciale per i Diritti umani dell’Onu, Leandro Despouy, perché prenda posizione sui continui attacchi del governo italiano (ma non solo) alle toghe inquirenti e giudicanti. Le meglio firme del bigoncio, da Mattia Feltri sulla Stampa a Pigi Battista sul Corriere, hanno ironizzato sull’iniziativa. Per Feltri jr. la storia della “Toga Rossa” che invoca “i Caschi Blu” sarebbe “umoristica” e inedita, “gente come la Paciotti e Bruti Liberati mai si sarebbe sognata l’appello all’Onu”. Per Cerchiobattista, l’Anm soffrirebbe addirittura di “smania contagiosa del gesto eclatante”, “zelo allarmistico”, “lancinante nostalgia per un’epoca che si è chiusa”. E l’“appello sconclusionato” sarebbe una “sfida al buon senso” col “singolare coinvolgimento dell’Onu nelle vicende politiche italiane”, “ultimo residuo di una guerra tra politica e magistratura”, “rituale stanco della retorica reducistica” di una magistratura che pretende di “recitare la parte del contropotere militante nei confronti della politica”, “riluttante a rientrare nei ranghi” dopo aver “posto la pietra tombale sulla Prima Repubblica condizionando pesantemente la Seconda”.

Evidentemente questo Battista è appena atterrato da Marte, dunque non può sapere che le indagini sulla Prima Repubblica e su molti esponenti della Seconda dipendono dal fatto che molti politici italiani rubano e in Italia, come nel resto del mondo, la magistratura ha il compito di acchiappare i ladri. Solo che, nel resto del mondo, i governi si guardano bene dal prendersela con i magistrati: di solito se la prendono con i ladri. Ma sono tutti paesi che non hanno la fortuna di vantare giornalisti come Feltri e Battista, specializzati nel commentare cose che non conoscono.

Nella fattispecie, Battista e Feltri jr. non sanno che il relatore speciale Despouy ha l’incarico di vigilare per conto dell’Onu sull’“indipendenza di magistratura e avvocatura” nei paesi membri. E’ il referente istituzionale dei rappresentanti di magistrati e avvocati. Nel 2002 il suo predecessore malese Dato Param Cumanaraswamy fu inviato per ben due volte in Italia dall’Onu senza che nessuno lo chiamasse, per verificare de visu i continui attacchi del governo Berlusconi II alla magistratura. Parlò con tutti i soggetti interessati, compresa l’Anm (al cui vertice sedeva Bruti Liberati…). Poi, il 3 aprile 2002, stilò la sua relazione finale in cui censurava l’assedio di governo e maggioranza del centrodestra alle toghe, ma anche “il conflitto d’interessi” degli avvocati parlamentari che possono “avvantaggiare i loro clienti”. Soprattutto uno, il solito. E concludeva: “Vi sono motivi ragionevoli perché giudici e pm sentano minacciata la loro indipendenza” anche a causa degli “attacchi del governo… Gli importanti politici sotto processo a Milano dovrebbero rispettare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e non dovrebbero ritardare i processi. Le decisioni dei Tribunali devono essere rispettate da tutti”.

Al giurista malese bastarono pochi giorni in Italia per inquadrare la drammatica lesione della divisione dei poteri, principio cardine dello Stato liberale di diritto. Feltri e Battista, rispettivamente ex redattore del Foglio di Berlusconi ed ex vicedirettore di Panorama di Berlusconi, in Italia vivono e scrivono da sempre. Eppure (o forse proprio per questo) non han mai notato nulla di strano negli attacchi politici al potere giudiziario. Ciò che si vede a occhio nudo dalla Malesia, da casa Berlusconi si nota un po’ meno.

Tratto da: www.voglioscendere.it

Inserito da: taniaolaf | Novembre 24, 2008

Passaparola/13

24 Novembre 2008

D’Alema, il più uguale degli altri

Testo:
“Buongiorno a tutti.
Innanzitutto un bel consiglio per gli acquisti: è uscita la raccolta con le seconde nove puntate di “Passaparola”.
Si intitola: “Senza Stato, né legge”. Lo dico perché ci autofinanziamo in questo modo ed è giusto far sapere che chi vuole, chi è interessato a conservare la serie dei nostri interventi, magari anche perché trova qualche difficoltà di collegamento o di linea, lo può fare. Ci manteniamo così, e se qualcuno ci da una mano possiamo continuare in futuro a mantenere vivo questo spazio.
Questa settimana parlerei di un signore, anzi due ma uno è legato all’altro, non esiste l’uno senza l’altro, che stanno terremotando quel poco che rimane ancora di opposizione o presunta tale in Parlamento.
Di questa coppia: D’Alema e Latorre. Sono un po’ come Gianni e Pinotto. Viaggiano sempre in coppia.
Una volta uno era il capo l’altro il portaborse, poi a un certo punto il portaborse fu promosso e divenne addirittura senatore e vicecapogruppo dei DS al Senato e in questa legislatura vicecapogruppo del PD al Senato.
La massima autorità dopo Anna Finocchiaro dell’opposizione, immaginate come siamo messi.
Questo Latorre, tre anni fa, l’estate del 2005, fu beccato con i pantaloni in mano, praticamente, mentre allenava a bordo campo due dei tre scalatori delle scalate dei furbetti del quartierino: quello che stava aggredendo il Corriere della Sera, Ricucci, e quello che stava aggredendo la BNL, Consorte.
Mentre D’Alema fu preso soltanto mentre collaborava alla scalata di Consorte, cioè di Unipol, alla Banca Nazionale del Lavoro.
Oggi i due stanno tornando a far danni, non in ambito finanziario stavolta dove hanno già fallito tant’è che la BNL non è passata all’Unipol: i loro sforzi si sono rivelati vani oltre a essere dei poco di buono sono anche dei noti cialtroni quindi non riescono a portare a termine le loro furberie.
Oggi stanno creando danni perché Latorre è quello che ha screditato, ammesso che ce ne fosse bisogno, il PD andando a scrivere i testi su un pizzino a un suo omologo dall’altra parte, al vicecapogruppo del PDL Bocchino, nella famosa immagine carpita a Omnibus su La7.
Quando Bocchino è in difficoltà, Latorre lo soccorre.
Questo naturalmente ha prodotto un certo terremoto nel PD visto che certe cose si sono sempre fatte di nascosto, certi soccorsi rossi o rosè si sono sempre prestati al centrodestra ma senza farsi notare.
Stavolta era proprio sotto gli occhi delle telecamere, ci voleva un’intelligenza come quella di Latorre per arrivare a tanto e meno male che è successo così anche gli scettici possono vedere.
Non quanto siano uguali, non c’è niente di uguale tra PD e PDL, ma quanto sono complementari, come dicono Veltri e Beha, l’attuale maggioranza e l’attuale sedicente opposizione targata PD.
Devo dire che se si ci fosse in Italia l’attenzione che si deve prestare all’immediato, non dico al passato, già bastavano e avanzavano le telefonate di Latorre e D’Alema con Consorte – e per Latorre pure con Ricucci – per tagliare corto e dire “questi hanno fatto abbastanza danni, li rimandiamo a casa”.
Invece no, c’è voluto un pizzino per capire chi è Latorre e naturalmente vedrete che questo pizzino verrà prontamente dimenticato e perdonato nel giro di pochi giorni perché da noi non paga mai nessuno per le malefatte.
Pensate soltanto a quante centinaia di migliaia di voti hanno fatto perdere questi signori con le scalate bancarie nella campagna elettorale che Prodi cominciò nell’autunno del 2005 in largo vantaggio e assottigliò fino al punto di pareggiare con Berlusconi nel 2006.
Era la campagna elettorale nella quale, giustamente, i giornali di Berlusconi usavano le intercettazioni di Fassino: “abbiamo una banca!”.
Sputtanamento che poi proseguì quando poi uscirono quelle di D’Alema e Latorre in cui D’Alema, come vedremo, diceva a Consorte “facci sognare!”.
Questi danni non sono mai stati pagati perché nessuno ha mai fatto i conti con quella stagione.
D’Alema, che non è stupido, capì, quando uscirono queste telefonate e l’anno scorso quando la Forleo le trasmise al Parlamento, che la base era completamente sconcertata.
Che bisognava tirarsi da parte per un po’, inabissarsi come si dice in Sicilia: “calati, giunco, che passa la piena”, in modo che la gente dimenticasse.
Oggi abbiamo dimenticato, ecco perché ne parliamo.
Bisogna rifare memoria di quelle telefonate perché nessuno ci ha fatto i conti e nessuno ha mai pagato il pedaggio.
Intanto di cosa parliamo? Del fatto che nell’estate del 2005, protetti dal governatore Fazio e dal Premier Berlusconi, ma anche dai vertici dei DS e della Lega Nord, una masnada di avventurieri, speculatori, immobiliaristi, palazzinari decide di mettere le mani su un pezzo dell’editoria, la più grande casa editrice indipendente dalla politica cioè la Rizzoli – Corriere della Sera, e su due banche strategiche come la Banca Nazionale del Lavoro e la Banca Antonveneta.
Gli scalatori agiscono, in apparenza, su tre fronti ma in realtà sono incrociati fra di loro perché le tre scalate sono una sola che si propone di ridisegnare a immagine e somiglianza di Fazio, Berlusconi, D’Alema e Bossi un pezzo del capitalismo e un pezzo dell’editoria italiana.
Le mani dei partiti, che ormai sono vassalli di questi finanzieri, su un pezzo di sistema bancario e un pezzo di sistema dell’informazione.
L’operazione non riesce perché fortunatamente c’è la procura di Milano che chiede le intercettazioni e fortunatamente c’è un GIP come Clementina Forleo che le concede, per cui vengono tutti preso con le mani nel sacco e il sorcio in bocca, con la coda che usciva ancora dalla bocca, mentre stanno tutti violando le regole penali e di borsa.
Che impongono, come voi sapete, a chiunque voglia prendersi un’azienda rastrellando le azioni di dichiararsi e uscire allo scoperto quando ha raggiunto il 30% del controllo azionario di quell’azienda.
Vuoi comprarti una banca? Quando arrivi al 30% devi dichiararti e lanciare l’OPA, cioè il resto delle azioni lo devi comprare sul mercato pagando le azioni ovviamente di più.
Se dichiari di voler comprare una società il valore delle azioni sale, i risparmiatori che hanno le loro azioni le vedono sopravvalutare, te le vengono a vendere, tu le compri e ti assicuri la società con benefici per tutto il mercato.
Così funziona una borsa democratica in un sistema di libera concorrenza. Così dice la legge Draghi, invece questi furbastri non volevano lanciare l’OPA e quindi accumulavano pacchetti azionari all’insaputa del mercato.
Addirittura, visto che non volevano nemmeno tirar fuori i soldi, per esempio Consorte, assicurandosi che le azioni della BNL le prendessero cooperative, società di prestanomi, finanziarie amiche sue senza vendergliele se no lui avrebbe dovuto comprargliele e non aveva i soldi.
Ricorderete che l’UNIPOL era grossa un quarto rispetto alla BNL che voleva comprare.
Era una pulce che voleva mangiarsi un elefante.
Quindi, per controllare l’elefante, la pulce si mise d’accordo con altre pulci perché ciascuna tenesse il suo pacchetto lì e occultamente restasse alleata con lui.
Perché? Perché c’era un altro pretendente a rilevare la BNL, il Banco de Bilbao dei Paesi Baschi, che come prevede la legge italiana aveva lanciato l’OPA e stavano aspettando di vedere chi entrava nella rete.
Loro compravano pagando, lui, Consorte, faceva il mosaico delle pulci per arrivare al 51% senza doversi dichiarare e strapagare queste azioni, in barba alla legge Draghi.
Questa è l’accusa che viene mossa a lui come a Fiorani per la scalata della Popolare di Lodi all’Antonveneta, come viene mossa a Ricucci per la scalata al Corriere della Sera anche se Ricucci, per lo meno, pur avendo secondo l’accusa tradito e truffato il mercato borsistico, i soldi ce li metteva.
Era molto liquido, Ricucci, con le compravendite mirabolanti di immobili.
Arriviamo nell’estate del 2005 quando si creano delle difficoltà.
Chi interviene a mantenere Consorte da una parte e gli altri? I politici.
I politici non sono i padroni dei finanzieri, intendiamoci, sono i finanzieri che sono padroni dei politici! I politici ormai sono delle spese di agnellini, di cani da compagnia, da riporto.
Che però possono servire per fare questo o quel favore, ma comanda il finanziere.
Abbiamo questo Consorte che parla con Latorre e con D’Alema che sono i suoi referenti al vertice dei DS anche sei i DS in quel momento avevano come segretario Fassino.
Il povero Fassino, ricorderete, nelle telefonate fa la figura del pirla, la figura del cornuto, quello che è l’ultimo a sapere le cose. A Fassino lo avvertono a cose fatte perché dicono, tra sé e sé, tanto lui non capisce.
Invece quelli che stanno nel cuore dell’operazione, insieme a Consorte, sono Latorre e D’Alema.
Infatti spesso Latorre passa il telefono a D’Alema nella speranza che così D’Alema sia immune da intercettazioni, pensate che intelligenza.
Quello che dici viene impresso sia che parli su un telefono sia che parli su un altro! Il fatto, poi, che fosse intercettato il telefono di Consorte fa si che Latorre potesse cambiare tutti i telefoni di questo mondo ma intanto quello che diceva finiva sempre nell’intercettazione del telefono di Consorte.
Questi politici passano per dei geni e in realtà sono talmente stupidi che uno fatica a credere che siano così stupidi!
Pensate soltanto che quando D’Alema viene a scoprire, non si sa da chi, grazie a una fuga di notizie che nessuno ha mai chiarito, che ci sono i furbetti del quartierino e addirittura il governatore Fazio sotto intercettazione, si affretta ad avvertire Consorte di stare attento alle telefonate.
E come lo avverte? Telefonandogli sul telefono intercettato!
Uno dice: “cos’è, un idiota?” No, è il politico più intelligente che abbiamo, quindi figuratevi gli altri!
Siamo al 5 luglio 2005, Latorre chiama Consorte:
“Beh, dimmi tutto caro. Come stanno le cose?”
Consorte: “Stiamo così, Nicò: allora diciamo che domani è il giorno chiave, perché l’ingnegnere – cioè Caltagirone che aveva azioni BNL e che speravano si schierasse con UNIPOL – e i suoi accoliti si sono defilati e vogliono vendere.
Allora ci sono due problemi: il prezzo, gli abbiamo offerto 2.6 € ad azione prendere o lasciare…”
Latorre: “ma che prendete il 26% di BNL?”.
Consorte: “il 27%”. Aveva il 27% di BNL.
“Minchia!” dice Latorre.
A un certo punto Consorte dice: “comunque è una cosa che voglio parlare con te e Massimo – D’Alema – a parte.” Il problema adesso qual è?
Queste quote le devono comperare terzi, e già il 27% di BNL che Caltagirone vende mica se le prende Consorte, se no dovrebbe tirare fuori i soldi e non li ha.
E allora Latorre dice: “beh certo, non le potete prendere voi”. Mica potete fare le cose regolari, dice giustamente Latorre… con quella faccia.
Consorte risponde: “esatto!”. Chi è che compra per conto di Consorte? Le banche e le cooperative, quindi “io ho un problema di gara contro il tempo perché sto convincendo questi qui, ma ognuno di loro ha un problema specifico.
Cioè bisogna parlare con le cooperative, e convincerle, e bisogna parlare con Caltagirone perché ci stia al prezzo pattuito.
E allora Latorre dice: “ma che, devo far fare una telefonata a Massimo all’ingegnere?”. Cioè deve far chiamare D’Alema a Caltagirone? Perché se Caltagirone lo chiama D’Alema… e beh, Caltagirone, palazzinaro, editore…
Consorte: “e guarda… ci ho riflettuto, per quello ho chiamato. Mi devi tempo, Nicola, fino a domani pomeriggio… è meglio che Massimo fa una telefonata”.
Perché? Perché a questo punto se le cose non vengono fatte si sa per colpa di chi.
Poi noi non sappiamo se venga fatta la telefonata, è probabile che non venga fatta anche perché poi Caltagirone, ben conoscendo chi c’è dietro a Consorte, alla fine fa quello che gli dicono e che gli viene suggerito dal clima generale.
Tenete presente che siamo a pochi mesi dalla vittoria del centrosinistra, comunque la finanza aveva tutto l’interesse a favorire un gruppo come l’UNIPOL, così vicino ai DS.
A questo punto, passano alcuni giorni, e c’è un altro problema. Il 14 luglio del 2005, D’Alema parla con Consorte, sul telefono suo direttamente.
Lo chiama alle 9.46 per avvertirlo di aver parlato con Vito Bonsignore, che è un altro azionista della BNL, un europarlamentare dell’UDC, pregiudicato per corruzione – naturalmente, se no non stava in quel partito.
I due si sono parlati al Parlamento europeo, sono entrambi parlamentari europei: uno sta nell’UDC, l’altro nei DS. Uno gruppo popolari europei, l’altro gruppo socialista europeo. In teoria sarebbero su due fronti contrapposti, ma si ritrovano amorevolmente per parlare d’affari.
Perché? Perché l’UNIPOL ha bisogno che anche Bonsignore porti le sue quote in alleanza con Consorte onde evitare che si schieri con gli spagnoli del Bilbao, se no fuggirebbe una quota d’azioni.
E chi va a parlare con Bonsignore? Non ci va Consorte, ci va D’Alema e poi telefona a Consorte per dargli notizia di com’è andato il colloquio.
Dice: “parlo con l’uomo del momento?”
Consorte: “l’uomo del momento? Lo sfigato del momento!”
D’Alema: “a che punto siete?… no ma non mi dire nulla… no ti volevo dire una cosa…”
Consorte: “è tutto chiuso…”
D’Alema: “è venuto a trovarmi Bonsignore”
Consorte: “si, ci ho parlato ieri”
D’Alema: “che da un consiglio”
Consorte: “si, se rimanere dentro o vendere tutto.”
Il problema è che Bonsignore chiede “volete comprarle, le mie azioni, o volete che me le tenga e resti alleato occultamente con voi?”
E’ proprio quello che vuole Consorte: non le vuole comprare, le azioni, vuole mettere insieme a tante pulci anche Bonsignore col suo pacchetto in tasca.
Dice D’Alema: “voleva sapere se io gli chiedevo di fare quello che tu gli hai chiesto di fare…”
Cioè: è D’Alema che mi chiede questa cosa o solo Consorte?
Risponde Consorte: “ah ah!”
D’Alema: “Bonsignore voleva altre cose, diciamo…”
Consorte: “eh, immaginavo, non era disinteressato”.
D’Alema: “voleva altre cose a latere su un tavolo politico. Ti volevo informare che io ho regolato, da parte mia”.
Cioè io il favore politico gliel’ho fatto.
D’Alema prosegue: “lui mi ha detto che resta, ha detto che resta – cioè resta col pacchetto in mano, alleato dell’UNIPOL – è disposto a concordare con voi un anno, due anni – se le tiene lì un anno, due anni per fare da prestanome a Consorte – il tempo che vi serve”
Tanto D’Alema ha già fatto il favore politico in cambio.
Consorte: “sì sì, ma lì…”
D’Alema dice: “ehi Gianni, andiamo al sodo: se vi serve resta”
Consorte: “sì sì sì sì”. E basta.
D’Alema: “e poi noi non ci siamo parlati, eh!”
Consorte: “no, assolutamente. Lunedì lanciamo l’OPA. Abbiamo finito”.
Ecco, questi hanno già il controllo della banca e invece di lanciarla prima, la lanciano dopo. Quindi Consorte conclude confessando il suo aggiotaggio, cioè la sua truffa ai danni del mercato borsistico.
D’Alema, ovviamente, non fa una piega come non fa una piega Latorre nel sapere che questi le quote le fanno comprare da società bancarie e finanziarie anziché in proprio.
Ultima telefonata, che da il peso e il respiro politico del grande statista Latorre, è la telefonata che Latorre fa con Stefano Ricucci.
Sì, perché Latorre parlava anche con Stefano Ricucci mentre questo faceva la scalata al Corriere della Sera.
Questa è una telefonata del 18 luglio. Mentre Fassino telefona a Consorte dicendo: “allora, siamo padroni di una banca!”, la famosa telefonata che lo ha sputtanato in piena campagna elettorale, pubblicata dal Giornale di Berlusconi, Latorre chiama Ricucci.
Ricucci ha pure fatto un grosso favore a Consorte, rilevando le quote nella BNL di Caltagirone e alleandosi con UNIPOL. Si sente quasi un diessino ad honorem, e lo dice a Latorre.
I due sono amiconi, affettuosissimi, come se fossero Berlinguer e Natta. Dato che le nuove generazioni sono questa farsa che abbiamo visto, qui invece di Berlinguer e Natta abbiamo Latorre e Ricucci.
Dice Latorre: “Stefano!”
Ricucci: “Eccolo, il compagno Ricucci all’appello!”. Avrà avuto anche il pugno alzato, probabilmente.
Latorre: “ah ah!”
Ricucci: “Ormai questa mattina a Consorte gliel’ho detto eh: datemi una tessera – dei DS – perché io non ce la faccio più!”
Vedete che continua questa commistione: Ricucci telefona a Consorte per chiedergli una tessera dei DS, come se Consorte fosse il leader dei DS. E’ la stessa confusione che aveva in testa Fassino quando diceva: “siamo padroni di una banca, anzi siete padroni di una banca”.
Non capiva bene dove finivano i DS e cominciava l’UNIPOL, eppure uno è un partito e l’altro un’assicurazione. Pensate che roba.
“questa mattina a Consorte gliel’ho detto eh: datemi una tessera – dei DS – perché io non ce la faccio più!”.
Latorre: “Ma ormai sei diventato un pericoloso sovversivo”
Ricucci: “eh si eh!”
Latorre: “Un pericoloso sovversivo rosso, oltretutto!”
Ricucci: “c’è anche il bollino, stamattina: ho preso da UNIPOL tutto, ho messo tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con UNIPOL quindi… non ti posso dire niente eh…”
Come dire “adesso mi dovete eterna gratitudine”.
Latorre: “si si si… non possiamo… dobbiamo parlarci un po’”.
Queste sono le telefonate che danno l’idea di come è ridotta la nostra politica, di come è succube della finanza, di come questi vengono portati al guinzaglio dai finanzieri, anche da strapazzo come quelli che abbiamo visto qui all’opera, senza un minimo di autonomia.
Poi parlano di autonomia della politica, di primato della politica. Ma quale primato? Qui i testi li scrivono Consorte e Ricucci e al massimo le musiche le fanno scrivere a D’Alema, Fassino e Latorre.
Penalmente parlando, di queste vicende non si potrà praticamente parlare perché il Senato continua a non rispondere alla Procura di Milano che vuole usare le telefonate per valutare se Latorre abbia concorso nell’aggiotaggio contestato a Consorte e recentemente il Parlamento Europeo ha risposto no alla richiesta della Procura di Milano di usare le telefonate per vedere se c’era un concorso di D’Alema nel reato di aggiotaggio contestato a Consorte.
Ma dal punto di vista politico, queste cose dovrebbero essere valutate e bisognerebbe valutare anche quel “no” del Parlamento Europeo.
Il Parlamento Europeo è stato intortato dalla commissione giuridica presieduta da Peppino Gargani di Forza Italia, tant’è che ha risposto dicendo: “ma non esiste più l’autorizzazione a procedere contro i parlamentari, perché ci chiedete l’autorizzazione a usare le telefonate? Usatele pure, tanto si possono processare i parlamentari in Italia dal 1993″.
Ecco, è evidente che qualcuno l’ha raccontata male questa cosa, ai parlamentari europei, li ha intortati. E chi può averli intortati, visto che il presidente della commissione è di Forza Italia e tutti hanno votato, Forza Italia, DS, Margherita, Lega Nord, UDC, a favore di D’Alema. Perfino Bonsignore, del resto abbiamo visto i rapporti che c’erano col favore politico a latere.
Nessuno ha avuto il coraggio di raccontare ai parlamentari europei che l’Aula di Bruxelles non era chiamata a dare l’autorizzazione a procedere contro D’Alema, ma all’uso delle telefonate.
L’Italia è un Paese talmente tragicomico da avere una legge, la legge Boato, fatta dalla sinistra e dalla destra insieme che stabilisce che se il magistrato intercetta un delinquente a colloquio con un parlamentare, per usare le telefonate a carico del parlamentare, anche se l’intercettato era il delinquente, bisogna chiedere il permesso al Parlamento.
Dato che D’Alema era al Parlamento Europeo hanno chiesto a lui che ha risposto: “ma noi non siamo chiamati a dare l’autorizzazione a procedere”.
Eh no! Siete chiamati a dare l’autorizzazione all’uso delle telefonate. Il fatto è che hanno risposto alla domanda “che ore sono?”, “giovedì”.
Con la risposta “giovedì”, i magistrati che vogliono sapere che ora è non possono saperlo, cioè non potranno usare queste telefonate.
Il fatto che in malafede parlamentari italiani di centrodestra e centrosinistra si siano intortati l’intero Parlamento, da l’idea di come siamo malmessi e soprattutto di come saremmo meglio messi se almeno queste persone che da tre anni si sa che cosa fanno con gli impicci finanziari fossero state mandate a casa.
Invece, se tutto va bene, Veltroni perde le elezioni europee e il PD se lo prendono D’Alema e Latorre.
Passate Parola”

Tratto da: www.beppegrillo.it

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